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Francia Campione del Mondo, il giorno di gloria dei figli della Patria

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francia campione del mondo

Per i figli della Patria, il giorno di gloria è arrivato. Ancora, vent’anni dopo. Oggi come allora, la Francia che trionfa è multietnica, connubio fra bianco e nero, dimostrazione – l’ennesima – che l’integrazione (anche se sui modi si potrebbe disquisire a lungo, ma oggi teniamoci semplicemente il messaggio…) alla lunga diventa sempre una risorsa.

Vent’anni fa fu un gruppo all’apice, che riuscì a trascinarsi a vincere anche l’Europeo successivo ma che raggiungeva il culmine del proprio splendore. Oggi la sensazione è che sia solo l’inizio, un inizio tardivo perché senza il black out di due anni fa questo sarebbe già un ciclo bello e buono. Invece è un’apertura, in tutti i sensi. Messaggio profondo e importante, ed è quello che deve emergere alla fine di un Campionato del Mondo. Specialmente questo, di questi tempi.

Una Francia dal senso pratico

Una Francia efficace, intelligente, senza l’estetica e la grandeur di quella di Jacquet ma che nel suo percorso ha saputo sgrassarsi da certe pericolose frivolezze per impregnarsi del senso pratico di Didier Deschamps, diventando più spietata che bella, più forte che brillante.

Semplicemente, la squadra di Deschamps, il trait d’union fra il 1998 e il 2018, un CT che ha sicuramente avuto le stelle dalla sua parte nei momenti determinanti, ma che altrettanto certamente ha costruito questo gruppo operando scelte difficili però corrette.

Lo ha plasmato facendolo crescere di partita in partita, dandogli le armi per poter vincere contro i migliori difensori (Uruguay), contro i migliori attaccanti (Belgio) e infine contro il miglior gruppo, una Croazia che anche in una finale giocata indiscutibilmente meglio rispetto a chi l’ha vinta, ha dato una dimostrazione che deve rimanere al di là del risultato: che con l’unità, la convinzione, anche con una buona dose di talento ma soprattutto con i principi di gioco, si arriva lontano. Non ancora così lontano da prendersi la gloria eterna o una vendetta che forse i croati avrebbero addirittura meritato: per quella, serviva essere più forti, e in fin dei conti i più forti erano i francesi. Però abbastanza lontano per far vedere a tutti che arrivare secondi ad un Mondiale vuol dire essere stati migliori di tutte le altre Nazionali del mondo tranne una, non il mero aver perso l’ultima partita.

Gli uomini della Francia

La gloria invece è per la Francia. La Francia di Mbappé, in gol in una finale dei Mondiali prima dei vent’anni come Pelé, il teenager che in questo mese ha aperto la porta sul calcio del futuro, fatto di velocità vertiginose, presenza nei momenti determinanti, e l’immagine esteriore che arriva sempre prima di tutto il resto. Piaccia o no, è già così, e in futuro lo sarà sempre di più.

Ma il presente è di chi alle dinamiche dell’ipermoderno sa ancora abbinare ideali antichi. Quelli della vera stella dei Campioni del Mondo, il giocatore che da Russia 2018 deve uscire obbligatoriamente come primo candidato al Pallone d’Oro: Antoine Griezmann, il leader che trascina, il più decisivo sia per numeri che per gesti. Il più forte fra i più forti.

Uno che si è messo al centro della squadra per poterla guidare meglio, senza capricci da primadonna ma con la piena e ferma volontà di essere davvero il protagonista. Uno che ha detto no all’appeal del Barcellona per restare nella famiglia dell’Atletico. Uno che pur non essendo mai stato in Uruguay si sente charrua fino al midollo. Questione di valori, questione di profondità. Questione di superiorità.

E poi è stata la Francia di Lloris, che proprio all’ultimo ha voluto allinearsi al Mondiale dei portieri horror ma che prima ci ha messo tanto, tantissimo del suo per costruire questa storia.

La Francia dei due colossi d’ebano Varane e Umtiti, muri difensivi e torri d’assalto allo stesso tempo.

La Francia dei parvenu Pavard e Lucas, due che prima dell’inizio di Russia 2018 non avevano mai giocato una partita competitiva in Nazionale maggiore e che hanno finito per essere protagonisti totali, ricordare per credere il gol del numero 2 all’Argentina in un momento che ha rappresentato il bivio più importante della campagna francese.

La Francia di Matuidi e Giroud, ai quali è bastato subentrare nella prima partita per dimostrare al CT di meritarsi il posto da titolari indiscutibili.

La Francia di Kanté, che ha steccato l’appuntamento conclusivo ma che ha costruito mattone dopo mattone l’impalcatura che ha permesso a tutto il gruppo di arrivarci.

E, dulcis in fundo, la Francia di Pogba. Finalmente Paul Pogba. Fotografia della crescita e del miglioramento fatto da tutta la squadra nel mese più importante del quadriennio. Partito con la mollezza che gli è spesso stata imputata nelle ultime due stagioni, arrivato con la tensione del campione, tirato come la corda di un arco da cui è partita la freccia che ha iniziato a far sanguinare definitivamente il cuore della Croazia.

Una Coppa del Mondo bellissima

La Francia dei suoi figli multietnici e sparpagliati per il mondo. Enfants de la Patrie, bianchi e neri, tutti insieme, che hanno elevato lo stendardo. La Marsigliese, il canto di guerra che unisce tutti i francesi, ha riecheggiato fra le mura di Mosca. Pacificamente, e in fin dei conti meritatamente.

Grazie al calcio. Grazie a una Coppa del Mondo bellissima, che ci ha portato novità epocali e ridato gusti antichi, che ci ha mostrato il futuro e ci ha restituito il passato. Che ha iscritto nel libro dei record un quasi ventenne come Mbappé e un quarantacinquenne come El-Hadari, che ha premiato il modernismo tattico di Martinez e la saggia maestria di Tabarez.

Che ci ha dato tutto quello che potevamo chiedere: spettacolo e pathos, sorprese e verdetti giusti. Un successo, è il caso di dirlo, mondiale.

Belgio-Inghilterra 2-0, terzo posto finale per i Diavoli Rossi

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belgio-inghilterra
Il secondo gol di Belgio-Inghilterra 2-0 - FOTO: screenshot

Finisce 2-0 Belgio-Inghilterra, gara che assegnava il terzo posto dei Mondiali 2018. L’inizio del match è appannaggio degli inglesi, che come in tutti gli altri match del loro Mondiale, riescono a sfruttare l’apporto dei due esterni arretrati, Trippier e Rose. Ma i primi tre minuti dell’incontro ingannano, infatti sono i Diavoli Rossi a passare in vantaggio con Meunier che dalla sinistra viene servito con un bell’assist di Chadli. Tempismo perfetto dell’esterno del Paris Saint-Germain e gol! Il 26enne laterale belga colpisce in maniera vincente col ginocchio. E gli uomini di Gareth Southgate accusano il colpo, limitandosi ad un inoffensivo possesso palla. Il Belgio in generale sembra più motivato ed anzi, sfiora più volte il raddoppio con i suoi uomini di punta, De Bruyne, Hazard e Lukaku. Pickford sventa tutto grazie anche ad un pò di fortuna e si va a riposo sull’1-0. Nell’Inghilterra male alcuni uomini ai quali Southgate ha dato fiducia, tra i quali Maguire.

Belgio-Inghilterra, successo meritato di Hazard e soci

Nella ripresa non cambia il canovaccio della gara. Ci prova Loftus-Cheek a cercare di dare una scossa ai suoi, ma Kompany chiude con sicurezza. Il Belgio è sostanzialmente pericoloso ogni volta che scende verso la porta di Pickford. I Tre Leoni si vedono solo con Kane al 54′ che manca l’appuntamento con un passaggio a tu per tu con Courtois. Al 60′ esce Lukaku nel Belgio – non buona questa sua finalina – ed entra Mertens. Gli inglesi sembrano voler reagire rispetto alla prima frazione di gara e sfiorano il pareggio al 70′ con un pallonetto di Dier che batte Courtois ma non Alderweireld, bravo a salvare sulla linea. Soliti cambi da una parte e dall’altra, ma poi il Belgio trova il meritato raddoppio con un pregevole contropiede finalizzato da un magnifico passaggio di De Bruyne per Hazard. Pallone leggermente sporcato da un pachidermico Maguire, il talento del Chelsea alla fine arriva a tu per tu con Pickford e lo fulmina con un rasoterra sul primo palo. Belgio-Inghilterra si chiude con un netto successo dei Diavoli Rossi e con un terzo posto che rappresenta il miglior risultato di sempre per il movimento calcistico belga.

Belgio-Inghilterra 2-0 tabellino

BELGIO (3-4-3): Courtois; Alderweireld, Kompany, Vertonghen; Meunier, Tielemans (32′ st Dembelè), Witsel, Chadli ( 38′ pt Vermaelen); De Bruyne, Lukaku (15′ st Mertens), Hazard.
All. Martinez
INGHILTERRA (3-5-2): Pickford; Rose (1′ st Lingard), Stones, Maguire; Trippier, Jones, Delph, Dier, Loftus-Cheek (38′ st Alli); Sterling (1′ st Rashford), Kane.
All. Southgate
MARCATORI: pt 3′ Meunier; st 35′ Hazard
ARBITRO: Faghani (IRN)
NOTEAMMONITI: Stones, Maguire (I), Witsel (B)

DIARIO MONDIALE di STEFANO BORGHI – La Croazia e una vendetta da consumare

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Croazia-Inghilterra
Che partita Croazia-Inghilterra: i balcanici rimontano i britannici e vanno in finale con la Francia

La degna conclusione di un Mondiale che ha stupito e ribaltato le previsioni dall’inizio alla fine. Chi avrebbe mai pensato un mese fa che saremmo arrivati qui, a Francia-Croazia, alla rivincita di una delle partite più iconiche degli anni ’90, che vent’anni fa significava l’accesso alla finale e che domenica invece metterà direttamente in palio la coppa.

Sarà una finale bella, molto densa e probabilmente assai tirata. Perché se la Francia ha rispettato (almeno lei) i gradi di protagonista, quel che ha fatto la Croazia è stato in qualche modo simile anche se formalmente diverso: ha rispettato la propria tradizione, e lo si è visto anche nell’infinita partita che ha spento il sogno degli inglesi di riportare il football a casa dopo oltre mezzo secolo.

Inghilterra e la fisiologica immaturità

Se lo sono quasi spento da soli, nel momento in cui Harry Kane, il capitano, il totem, il capocannoniere dei Mondiali, si è scontrato contro Subasic e contro il palo, mancando quello che sarebbe stato probabilmente il colpo del ko già a metà del primo tempo. Perché dopo la punizione capolavoro di Trippier, dopo aver ancora una volta mostrato un gioco che promette futuro e prospettive, in quel momento l’Inghilterra ha incontrato quella che è ancora una fisiologica immaturità, che non toglie nulla al grande lavoro fatto per ritornare in semifinale dopo anni di magre figure e nemmeno l’impressione che i tempi a venire saranno molto interessanti per il calcio di Sua Maestà. Ma il momento non è ancora questo. Questo è il momento della Croazia.

Croazia che oggi vede personificate tutte le sue caratteristiche più tipiche nel giocatore che in questa semifinale ha fatto la differenza: Ivan Perisic. Che come da tradizione del movimento calcistico che rappresenta a volte langue, persino indispone, ma poi riesce ad abbagliare a puro talento. Così ha fatto, ribaltando completamente la sfida andando ad attaccare con convinzione un Walker ancora una volta fallace nel compito più difficile per un difensore adattato: leggere in anticipo i movimenti dell’avversario e marcarlo in modo efficace.

Ma il seppur evidente errore del laterale del Manchester City non toglie nemmeno un grammo di straordinarietà alla zampata di Perisic, alla meravigliosa mostra del potenziale tecnico che incontra l’elasticità atletica. Un gol da sogno che ha prolungato il sogno, e di Perisic – dopo un palo che avrebbe potuto chiudere i discorsi prima del novantesimo – è stata anche la sponda, di cuore più che di testa, che ha spalancato il portone della gloria a un Mandzukic che a sua volta si è allineato allo stereotipo del calciatore balcanico: oltre cento minuti negativi e un lampo chirurgico, decisivo in quello più importante.

Croazia stanca, ma si trova di fronte alla storia

Poi, quando a dirigere le operazioni hai un professore accademico come Modric e un archistar come Rakitic, allora non ci si deve stupire se la gestione della partita tramite il possesso palla è una garanzia, e infatti per ritrovare una partita persa dalla Croazia dopo essere stata in vantaggio bisogna addirittura tornare al Novembre del 2014, a un’amichevole contro l’Argentina nella quale – in ogni caso – non giocavano né l’uno né l’altro.

La Croazia arriva alla finale stanca, stanchissima perché una squadra esperta ma con una rosa molto corta si ritrova ad aver giocato centoventi minuti per tre volte in undici giorni. Però è anche una Croazia che si trova di fronte alla storia, dentro la sua storia. Con una vendetta da consumare, con un’occasione ancora più grande di quella di vent’anni fa. Forse addirittura con una squadra ancora più forte, ma su questo si può discutere. Ciò che invece è indiscutibile, è che domenica, a Mosca, avremo una grande finale.

Croazia-Inghilterra 2-1 d.t.s., il sogno a scacchi biancorossi continua, è finale!

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Croazia-Inghilterra
Che partita Croazia-Inghilterra: i balcanici rimontano i britannici e vanno in finale con la Francia

Grandi emozioni in Croazia-Inghilterra. Alla fine si va ai tempi supplementari, con i balcanici che compiono l’ennesima impresa del loro mondiale all’extra time. La partita presenta subito un colpo di scena. Nemmeno il tempo di sudare infatti e Trippier segna direttamente da calcio di punizione, con un tiro bello ma non irresistibile. La sensazione è che Subasic sia in ritardo, su una conclusione non particolarmente angolata. Fatto sta che la Nazionale dei Tre Leoni indirizza subito il match su binari a lei favorevoli. Autore di un fallo evitabile era stato Luka Modric. La Croazia, reduce da due partite consecutive vinte ai calci di rigore, accusa il colpo non solo sull’aspetto fisico ma anche del morale.

La rete subita in apertura fa si che gli uomini di Dalic non riescano a giocare come sanno. Gli inglesi invece si esprimono con leggerezza ed entusiasmo, attuando un efficace pressing e riuscendo a difendersi con ordine, grazie agli esterni che danno una grossa mano alla difesa a 3 di Southgate. Kane sfiora anche il raddoppio al 30′, prima che l’azione culminasse in un fuori gioco. La Croazia risponde invece due volte con Rebic, pur non rivelandosi comunque particolarmente pericolosa. Piano piano comunque i balcanici riescono a trovare le giuste contromisure, complici anche alcuni errori dei britannici.

Croazia-Inghilterra, tutto cambia nel secondo tempo

Nel secondo tempo la Croazia sembra trovare maggiori convinzioni. L’Inghilterra punta tutto sulla fase di contenimento per poter scatenare la velocità dei suoi interpreti d’attacco. Una tattica che però non paga. I bianchi capitolano infatti al 68′ quando Perisic trova l’1-1 dopo una pregevole giocata. Vrsaljko crossa dalla destra e l’interista si inserisce dalla sinistra nel cuore dell’area colpendo il pallone al volo di tacco, anticipando l’avversario. Grande giocata, bellissimo gol. Sempre Perisic poco dopo colpisce il palo con un diagonale mancino rasoterra sul secondo palo, oltre a trovare poi una ulteriore occasione successivamente. E poi prova la giocata vincente anche Mandzukic con un bel diagonale ad incrociare dopo uno stop a seguire. Tutto sventato facilmente da Pickford. Dalle parti di Subasic invece non succede nulla e si va ai supplementari. L’Inghilterra nella ripresa ha pagato il calo di dinamicità di Trippier e Young.

Oltre il 90′: la svolta nel secondo extra time

Tra la fine del secondo tempo ed i supplementari cambiano diversi interpreti. Nella Croazia escono Strinic e Rebic per Pivaric e Kramaric. Nell’Inghilterra fuori invece Sterling, Ashley Young e Henderson per rispettivamente Rashford, Rose ed Eric Dier. Pochissime le emozioni nella mezzora successiva al 90′. Si conta solo una incornata di Stones da calcio d’angolo, salva Vrsaljko al 99′ sulla linea. Le due squadre assumono un atteggiamento prudente e sembrano attendere i calci di rigore. Ma Mandzukic non ci sta ed al 108′ segna con un velenoso diagonale di sinistro su geniale imbeccata di testa da parte di Perisic spalle alla porta. Da questo momento in poi sono solo gli uomini di Dalic a controllare il gioco ed anche a sfiorare il 3-1. Domenica sarà finalissima con la Francia, per l’Inghilterra resterà la magra consolazione di contendere al Belgio la finalina per il terzo e quarto posto sabato.

 

CROAZIA (4-2-3-1): Subasic; Vida, Lovren, Vrsaljko, Strinic (4′ pts, Pivaric); Brozovic, Modric (14′ sts, Badelj); Rebic (11′ pts, Kramaric), Rakitic, Perisic; Mandzukic (9′ sts, Corluka). CT: Dalic.
INGHILTERRA (3-1-4-2): Pickford; Trippier, Stones, Maguire; Henderson (7’ pts, Dier); Walker (8′ sts, Vardy), Lingard, Alli, Young (1′ pts, Rose); Sterling (28′ st, Rashford), Kane. CT: Southgate.
Marcatori: 5′ pt, Trippier (I), 23′ st, Perisic (C), 4′ sts, Mandzukic (C)
ARBITRO: Cuneyt Cakir
AMMONITI: Mandzukic (C), Rebic (C), Walker (I)

DIARIO MONDIALE di STEFANO BORGHI – Francia, qualità infinita

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Giroud e Umtiti
Fonte Foto: https://twitter.com/MaliseOtoo

Nell’estate dell’impossibile che diventa possibile, nel giorno in cui è arrivata la certezza che la Serie A –  a dieci anni di distanza dall’ultima volta – ospiterà sui propri campi il Pallone d’Oro in carica, quantomeno qualcosa di preventivato si verifica: la Francia è la prima finalista del Mondiale, l’unica delle favorite designate ad essere arrivata fino in fondo.

Manca l’ultimo passo, un passo non da poco soprattutto se si ricorda quanto successo due anni fa all’Europeo (e da quelle parti se lo ricordano molto bene…), però alla vigilia dei novanta minuti più importanti degli ultimi vent’anni di calcio francese, les Bleus hanno dato una dimostrazione che rimarrà anche al netto del risultato della finale: questa è la Nazionale più forte che ci sia in giro, oltretutto con un’età media che le permette di pensare a un ciclo e non solo a un trionfo. Anche se, a questo punto, la truppa di Deschamps si ritrova con la pressione di avere il dovere di aprirlo, perché un altro scivolone sul traguardo sarebbe intollerabile.

Francia: la Nazionale più forte dei Mondiali

Giroud e Umtiti
Fonte Foto: https://twitter.com/MaliseOtoo

Il livello pazzesco della Francia è dato dall’incredibile “quantità di qualità” a disposizione, dalla profondità sconfinata del serbatoio da cui attingere, ma soprattutto – in questo caso specifico – dal tasso di crescita che questa squadra ha mostrato dalla prima partita, giocata e vinta stentatamente contro l’Australia, all’ultima, preparata, gestita, concretizzata e portata a casa contro un Belgio di altissimo valore.

Un Belgio che si ferma solo per il momento, perché i Diavoli Rossi hanno perso il presente, ma in questa avventura mondiale hanno guadagnato il futuro: il catalano Roberto Martinez – che definire un “mini Guardiola” è stucchevolmente superficiale – non solo ci ha mostrato la squadra esteticamente più bella di questa rassegna, ma ha anche certificato la definitiva sepoltura dei moduli tattici per come ci si ostina ancora a presentarli, ovvero sotto forma di formule numeriche che servono solo per fare dei disegni.

Mentre il calcio di oggi è molto più movimento che non posizione, nel senso che le posizioni vengono definite dal moto dei giocatori a seconda dei momenti e delle situazioni: contro la Francia il Belgio aveva la difesa a tre in fase di possesso e si piazzava a quattro quando veniva attaccato, faceva partire Hazard a sinistra ma poi lo si ritrovava ovunque bisognasse far scaturire una scintilla, aveva organizzato una mediana in cui Fellaini avrebbe dovuto fare una sorta di pendolo centrale mentre a Witsel e Dembelé spettava in compito di battere strategicamente gli intermedi mascherati della Francia. E qui il Belgio ha perso la sfida, perché di fronte ha trovato una squadra sicuramente meno alchemica e forse meno innovativa, ma senza alcun dubbio non meno organizzata. E probabilmente più pronta.

Questa Francia non è solo talento e abbondanza, è anche maturità e strategia: si è visto chiaramente in una semifinale durissima, in cui ha costruito un piano perfetto e ha saputo metterlo in pratica con la sagacia dei grandi.

Deschamps ha deciso di partire lasciando la palla al Belgio per negargli il terribile contropiede che aveva fatto a fette il Brasile nei quarti di finale: ha rischiato qualcosa sulle arabescate e travolgenti evoluzioni di un Hazard che si candida ad essere uno dei più credibili sostituti di CR7 a Madrid, però si è trattato di un rischio inferiore rispetto a quello che avrebbe corso cercando di colpire subito.

Strategia perfetta, come quella che gli ha permesso ancora una volta di indirizzare il match su palla inattiva, sfruttando l’immane forza aerea dei suoi centrali (nei quarti Varane, ieri Umtiti) che poi hanno anche dimostrato di essere qualcosa di più, anzi decisamente di più dei semplici partner di Ramos e Piqué nei rispettivi club, perché i loro posizionamenti impeccabili sono stati la base che ha permesso a una squadra organizzata e sincronizzata di schermare tutte le vibranti mosse di un Belgio che si è arreso solo al fischio finale.

Francia, il segreto è l’umiltà di Deschamps

Didier Deschamps
Fonte Foto: https://twitter.com/fanatikcomtr

Menzione onorevole e doverosa per Didier Deschamps, un tecnico al quale viene sempre mosso qualche appunto ma che in realtà dalla panchina fa la stessa cosa che ha sempre fatto in campo, ovvero lavorare umilmente e silenziosamente per mettere a sistema i campioni che lo circondano.

Oggi il suo gioiello da prima pagina è Mbappé, che di partita in partita risplende sempre più fra fiammate incendiarie e finissime delicatezze, ma che deve subito imparare a non vivere guardando lo specchio, bensì bramando la gloria.

L’esempio perfetto ce l’ha di fianco, perché – oltre a un Kanté monumentale – il vero top player di questa squadra rimane Antoine Griezmann, uno che è nato facendo l’esterno d’attacco, si è consacrato segnando gol a raffica e ora, a ventisette anni, ha raggiunto lo straordinario picco della maturità fungendo da motore delle squadre che rappresenta. Un propulsore che non solo ha sempre i numeri migliori (tre reti e due assist in questa Coppa del Mondo, nessuno ha partecipato a più gol nella rosa dei galletti) ma ha anche il carisma per fare sempre il movimento giusto, la giocata più intelligente, la scelta più determinante.

E se a Madrid ieri si è ammainata la bandiera di CR7, quella di GR7 invece continuerà a garrire alta sui pennoni dei colchoneros. E se dovesse farlo anche domenica al Luzhniki, la Liga avrebbe tutti gli argomenti per rimettersi in casa quel Pallone d’Oro che adesso la guarda dall’Italia.

 

 

Ferrero svela: “L’Inter ci propone Eder per Praet”

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Massimo Ferrero, Presidente Sampdoria - Fonte account Twitter ufficiale Sampdoria
Massimo Ferrero, Presidente Sampdoria - Fonte account Twitter ufficiale Sampdoria

Massimo Ferrero, presidente della Sampdoria, ha fatto il punto sulle operazioni di mercato del club blucerchiato direttamente dalle pagine del ‘Secolo XIX’. Archiviato il grande colpo Jankto dall’Udinese, il club del patron Ferrero ha infatti tutte le intenzioni di trattenere i big in rosa andando a rinforzare laddove serve la rosa di Giampaolo. Il numero uno della Samp ha esordito sottolineando le necessità del club: “Due bestioni sulle fasce, un regista forte nel ruolo di Torreira, in generale più qualità, come chiede Giampaolo, ma anche più fisicità, come suggerisce Sabatini. Penso che chiunque riconosca che stiamo facendo un mercato intelligente e importante. Jankto è fortissimo, Colley dicono tutti che è forte, avrei voluto regalare ai tifosi il giovane La Gumina ma sappiamo com’è andata. È andato via Torreira ma l’investimento di esperienza e competenza su Sabatini, che si aggiunge a Osti, è la prova che vogliamo fare sempre meglio.” Ferrero ha quindi aggiunto: “In ogni caso il nostro mercato non è finito e dobbiamo giocarci bene la sostituzione di Torreira, che è delicatissima e lo sappiamo, e poi prendere due terzini importanti perché se hai due bestioni sulle fasce, oltre a Bereszynski e Murru che già abbiamo, fai la differenza. ”

Ferrero show: dalla Samp alla suggestione Praet-Inter

Ferrero ha poi spostato il tiro sugli altri reparti da coprire in sede di mercato: “Da quello che mi era stato riferito si era sbloccata la cosa con Jandrei, ma spesso nel mercato le cose cambiano di continuo, se non sarà lui sarà un altro. Se dovesse partire Zapata? Prenderemo uno forte, questo è sicuro. Al momento ci piace Defrel della Roma che ci piaceva già l’anno scorso, vedremo se si potrà trovare un accordo.” Ferrero ha poi svelato una curiosa alternativa di mercato in attacco legata eventualmente alla cessione di Praet all’Inter: “Altrimenti l’Inter continua a proporci Eder nell’affare Praet ma io sono contrario alle minestre riscaldate. E Praet, a meno che non paghino la clausola, vorrei provare a tenerlo perché una mediana con un regista forte, lui da una parte e Jankto dall’altra, più Linetty e gli altri che abbiamo, non è da centro classifica”.

Zaccardo: “Oltre l’autogol, nel 2006 i Mondiali del gruppo”

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cristian zaccardo

Buffon, De Rossi, Gilardino, Zaccardo. Si contano sulle dita di una mano gli eroi di Berlino che ancora calcano un terreno da gioco. Degli altri c’è chi sta in giacca e cravatta in tribuna, chi da allenatore su una panchina, chi in giro per il mondo. Pronto a rimettersi in gioco, di nuovo, è invece Cristian Zaccardo: “Penso di poter ancora giocare un paio di anni, basta solo trovare la dimensione giusta”. L’aveva trovata, per un paio di mesi, a Malta, dopo aver vestito le maglie, tra le altre, di Milan e Parma, Wolfsburg e Palermo, Bologna e Vicenza. E dopo aver alzato al cielo la coppa più bella e importante di tutte nel 2006. “Rifarei quell’autogol per rivivere un successo simile”. Non capita tutti i giorni di parlare di Mondiali con un campione del mondo, noi lo abbiamo fatto.

Partiamo da questi Mondiali, impressioni e delusioni di Russia 2018?

Sono rimasto veramente colpito da Kylian Mbappè, ha una velocità impressionante, può crescere tantissimo. La delusione è invece la Germania: dopo tanto tempo non sono più riusciti a giocare con i loro valori di sempre. E lo hanno pagato con l’eliminazione.

Fuori Messi, Neymar e Cristiano Ronaldo, fuori la Spagna del Tiki Taka. Singoli forti o collettivo? Da Campione del Mondo quale sceglie?

Per noi, nel 2006, la vera forza è stata il gruppo, il collettivo. L’Argentina e il Portogallo hanno dimostrato come da solo un giocatore non possa vincere, c’è bisogno di tutti per raggiungere l’obiettivo, dal primo all’ultimo dei convocati. Tutti possono e devono dare il loro contributo.

Tutti si ricordano di Zaccardo e dell’autogol contro gli USA in Germania, pochi si ricordano invece che sei tra gli ultimi a vincere, con l’Under21, il campionato Europeo.

cristian zaccardo mondiali

Dei Mondiali del 2006 io porto dentro altre cose. L’esordio a livello personale, contro il Ghana, al fianco di Nesta, Cannavaro e Grosso, la vittoria, pazzesca, contro la Germania, la sensazione di toccare la coppa e alzarla al cielo. Insomma, qualcosina di più dell’autogol. Anche del 2004 ho ricordi bellissimi. C’era Gilardino che sembrava posseduto, in quel momento ogni pallone che toccava era gol. Insieme a lui ricordo la grande impressione che faceva De Rossi, si vedeva che era un predestinato.

Oggi come ti sembra il ricambio generazionale degli Azzurri?

Sicuramente giovani di qualità ci sono, ragazzi forti e protagonisti nei loro club. Il problema è che hanno già adesso stipendi molto alti. Noi ci abbiamo messo più tempo a guadagnare così…

In questi pazzi Mondiali è stato eliminato anche Neymar, talento e sceneggiate. Da difensore, come si marca un attaccante così?

Neymar è veramente molto forte. Si deve marcare standogli il più vicino possibile, rimanendogli attaccato, perché se ti punta ti salta tre volte su quattro. Dal punto di vista comportamentale non deve perdersi in cavolate, deve concentrarsi solo sul calcio giocato. La testa e le motivazioni sono la base per cercare di vincere.

La forza del Brasile sembrava essere proprio la difesa, ma si è dovuto arrendere al Belgio di Hazard. La retroguardia di Tite aveva Thiago Silva e Miranda, Alisson e Marquinho. Tutta gente che studia, o ha studiato, in Italia.

Sicuramente la Serie A ha una grande tradizione di difensori, di attenzione alla tattica. I verdeoro hanno avuto, fino a ieri, la miglior difesa del Mondiale. Si dice che per vincere i campionati non bisogna prendere gol…

Lo scorso anno la tua scelta di rimettersi in gioco, tramite annuncio su Linkedin, nel campionato maltese ha scatenato tante reazioni e complimenti. Che è esperienza è stata quella di Malta?

Sicuramente è stata un’avventura interessante e positiva. Avrei voluto continuare il progetto di promozione calcistica sull’isola, ma col presidente dell’Hamrun Spartans non è stato possibile per diversi motivi.

Dell’Italia del 2006 molti sono allenatori, dirigenti, pochi ancora calciatori. Dove si vede Zaccardo in futuro?

Mi piacerebbe gestire la parte tecnica di una società. A Malta avrei voluto fare questo e dimostrare che è possibile vincere anche senza i milioni, spendendo meno degli altri. In programma per il futuro c’è il corso per diventare Direttore Sportivo, così da aggiungerlo al patentino da allenatore. Poi si vedrà, anche perché per un anno o due posso continuare a giocare, basta trovare la giusta dimensione…

di Lamberto Rinaldi

DIARIO MONDIALE – La modernità dell’Inghilterra e il possesso palla della Croazia

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croazia inghilterra

Francia-Belgio da una parte, Croazia-Inghilterra dall’altra. Non è propriamente il quartetto che ci aspettavamo tre settimane fa, però alzi la mano chi pensa che non siano arrivate in fondo le quattro migliori squadre viste in questo Campionato del Mondo. E ora, tutte e quattro hanno più o meno le stesse chances di vincere.

Credere all’Inghilterra a questo punto diventa un dovere, perché si tratta di una squadra costruita per il “domani” che ha fortemente voluto trovare i mezzi per regalarsi un “adesso”.

È giusto dare il merito alla Football Association di aver varato il processo di restauro del calcio nazionale nel modo migliore possibile, però è ancor più doveroso ribadire all’infinito come questo sia soprattutto il capolavoro di Gareth Southgate, perché forse ci si scorda che l’uomo designato per preparare il Mondiale di Russia era Sam Allardyce, un monumento all’arretratezza che – per fortuna degli inglesi – è riuscito nell’impresa di farsi fuori da solo in men che non si dica.

Il suo rimpiazzo, che ha dovuto passare attraverso un lungo interimato e che probabilmente ha ottenuto questa possibilità solo perché inizialmente si vedeva questo biennio solo come una tappa di sviluppo, ha avuto l’enorme capacità di operare immediatamente un cambio di aria del quale la vecchia tradizione inglese aveva un bisogno disperato.

Lo ha fatto mettendo in cantina molti dogmi del passato e traendo le migliori ispirazioni dalle correnti filosofiche straniere, perché vedere l’Inghilterra che costruisce il gioco dal portiere invece che lanciare lungo può sembrare sacrilego a qualche purista, ma è semplicemente qualcosa di irrinunciabile per fare strada nel calcio di oggi. Un sistema che ha portato dinamiche innovative senza però intaccare la mentalità inglese: Southgate non ha propriamente rivoluzionato i Tre Leoni, li ha sviluppati, modernizzati ed enormemente migliorati.

La modernizzazione di Southgate e la gioventù dell’Inghilterra

Svezia-Inghilterra cronaca e tabellino
Svezia-Inghilterra (Twitter @SpursOfficial)

I due gol che li hanno portati in semifinale, piegando una Svezia che da questo Mondiale torna a casa con una valigia piena di rispetto per tutti gli affrettati giudizi che ha saputo confutare, possono essere una fotografia di questo concetto: entrambi di testa, quindi in linea con la storia del football britannico, però costruiti più sull’organizzazione che non sulla forza e la volontà, perché il primo è stato un altro calcio d’angolo letale eseguito dalla Nazionale più forte al mondo sulle palle inattive a favore, l’altro la perfetta espressione di un meccanismo che prevede una conoscenza profonda dei movimenti da fare e un sincronismo estremamente oliato fra tecnica e tattica.

E qui arrivano i meriti dei giocatori: giovani e per questo liberi da certe zavorre del passato (potrebbe non essere un caso che sia stato proprio questo gruppo nuovo a rompere l’atavica maledizione dei rigori), però allo stesso tempo anche radicati nel tipo di calcio che rende la Premier League il campionato più apprezzato dai calciofili di tutto il pianeta.

L’astuto e tecnico Lingard, il coraggioso e reattivo Maguire, Pickford determinante sia con le mani che con i piedi, il capitano Kane che sa essere allo stesso tempo stella e gregario: tutti esempi di una trasformazione realizzata da Southgate in tempi molto più brevi del previsto. E ora si iscrive definitivamente al partito anche Dele Alli, che dopo aver passato un paio d’anni ad incantare molto nel club e un po’ meno in Nazionale ha finalmente trovato – nel momento migliore possibile – un timbro che potrebbe farlo decollare definitivamente. Manca solo l’acuto di Sterling: dovesse riuscire anche lui a sbloccarsi, allora il football potrebbe prendere veramente la strada di casa.

Dovrà farlo però immediatamente, perché adesso arriva una Croazia che ha le caratteristiche giuste per dimostrare se questa Inghilterra è davvero matura per poter già sognare la gloria.

Il ritorno della Croazia in semifinale

La Nazionale di Dalic, di nuovo in semifinale a vent’anni di distanza dal sogno vissuto in Francia e poi spezzato dalla notte più gloriosa della carriera di Lilian Thuram, sembra avere dalla propria parte delle stelle propizie (intese come Modric, Rakitic e Mandzukic, veri e propri top player conclamati, ma anche in senso astrologico…), soprattutto è ormai da incoronare come la squadra con il miglior possesso palla di questo Mondiale.

La Croazia è quello che avrebbe dovuto essere e che invece non è stata la Spagna: ipnotizza con il suo palleggio, verticalizza quando deve farlo e – seppur con qualche inevitabile concessione – trova sempre la via per girare la partita dalla propria parte.

Quello che deve spaventare maggiormente l’Inghilterra, è che i croati sono abilissimi a muovere la difesa avversaria per costruire il gioco fra le linee e aprire falle nei corridoi intermedi. E la trequarti difensiva appare come il principale punto debole della banda di Southgate, perché Henderson non riesce mai a convincere fino in fondo, in più sarà con ogni probabilità Kyle Walker – che non è un difensore puro e si vede – a doversi occupare di chiudere gli spazi per i movimenti ad aprirsi di Mandzukic e le puntate di Perisic. Un bel problema, per il quale Southgate dovrà trovare una soluzione.

Dall’altra parte, il collega Dalic dovrà trovare il modo di rimettere in condizione una squadra che si ritrova reduce da un’altra battaglia campale durata centoventi minuti più la tensione dei calci di rigore, perché non c’è stato altro modo per buttare fuori una Russia partita senza credito, per la quale si pensava solo che ci sarebbero state delle “spintarelle”, e che invece ha fatto sognare il suo popolo grazie all’ottima organizzazione difensiva e agli sprazzi di talento regalato in primis da un Cherishev che si spera abbia finalmente trovato il modo di stapparsi e di tradurre in cose concrete (e bellissime) tutto il potenziale che ha sempre lasciato intravedere, ma che non aveva mai dimostrato a pieno prima d’ora.

Però la Russia, ormai, è storia. Adesso ci aspettano due semifinali equilibratissime e potenzialmente spettacolari. Ora più che mai, la differenza la faranno i dettagli. Francia, Belgio, Inghilterra e Croazia: sono rimaste loro e lo hanno pienamente meritato. E adesso ci regaleranno l’epilogo degno di un Mondiale spettacolare.

Russia-Croazia 5-6 d.c.r., sfida emozionante. Decisivo Rakitic dagli undici metri

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Mandzukic esulta dopo il gol in Croazia-Danimarca - FOTO: Twitter

La Croazia arriva in semifinale grazie alla vittoria ai rigori contro una stoica Russia, che recupera il gol di svantaggio ai supplementari proprio quando gli avversari pregustavano la vittoria.

Il primo tempo di Russia-Croazia è una fase di studio in cui la direttiva del gioco passa necessariamente dai piedi dei croati, con la squadra di casa che come già dimostrato con la Spagna si difende con ordine. Senza clamorose occasioni arriva il gol del vantaggio russo con un eurogol di Cheryshev, che dopo aver scambiato con Dzyuba scarica sotto il sette un gran mancino. Ma nell’entusiasmo generale del Fhist Stadium la gioia dura poco: Manduzkuc penetra a sinistra e serve al centro Kramaric, che pareggia.

La ripresa vede la Russia in netto affanno rispetto agli avversari, anche se pure il divino Modric pare avere le gambe molto pesanti. I croati spingono molto soprattutto grazie a Perisic, che prende un clamoroso palo interno al 60′. Successivamente è la Russia che si fa vedere in maniera interessante dalle parti di Subasic ma la stanchezza ha il sopravvento tra gli uomini di Cherchesov. E infatti è la Croazia a giocare con più insistenza negli ultimi minuti ma il risultato non cambia.

Iniziano i supplementari. Dopo lo spauracchio croato per una possibile sostituzione di Subasic per infortunio, la Croazia trova il vantaggio con Vida su calcio d’angolo. La squadra di Dalic aveva rischiato dopo un errore di Lovren e conseguente contropiede di Smolov ma lo stesso difensore del Liverpool aveva rimediato al suo danno. La ripresa del secondo supplementare è abbastanza piatta con la Croazia che cerca di gestire la partita e la Russia che con le poche energie rimaste prova a cercare la via del gol. E proprio sul finire arriva. Su una punizione di Dzagoev Mario Fernandes stacca perfettamente e porta i suoi ai rigori.

Alla fine alla lotteria dei rigori trionfa la Croazia grazie al rigore decisivo di Rakitic. Ora la squadra di Dalic incontrerà l’Inghilterra in semifinale.

Russia-Croazia 5.6 d.c.r.: il migliore e il peggiore in campo

Il migliore in campo è il terzino della Russia Mario Fernandes, molto generoso sia nell’attaccare che nel difendere per tutta la partita. E’ decisivo nel pareggiare di testa al secondo supplementare. Nonostante l’avversario fosse sempre molto scomodo, si dimostra molto abile nell’uno contro uno.

Il peggior in campo è il terzino sinistro della Croazia Ivan Strinic, che seppur giocando sempre molto sufficientemente sbaglia spesso gli appoggi e la Russia trova sempre un varco dalla sua parte.

Russia-Croazia 5-6 d.c.r.: il tabellino del match

RUSSIA-CROAZIA 5-6 d.c.r. (1-1 pt)

Russia (3-4-2-1): Akinfeev; Mario Fernandes, Ighanshevich, Kutepov, Kudryashov; Zobnin, Kuzyaev; Samedov (dal 54′ Yerokhin), Golovin (dal 101′ Dzagoev), Cheryshev (dal 67′ Smolov); Dzyuba ( dal 79′ Gazinsky) Ct. Cherchesov A disp: Semenov, Gazinsky, Dzagoev, Smolov, Lunev, Granat, Miranchuck, Anton Miranchuck, Zhirkov, Gabulov, Yerokhin, Smolnikov

Croazia (4-2-3-1): Subasic; Vrsaljko (dal 95′ Corluka), Lovren, Vida, Strinic ( dal 74′ Pivaric); Rakitic; Modric, Rebic, Kramaric (dall’88’ Kovacic), Perisic (dal 63′ Brozovic); Mandzukic. Ct. Dalic A disp: Livakovic, Corluka, Kovacic, Brozovic, Lovre Kalinic, Jedvaj, Bradaric, Caleta-Car, Badelj, Pjaca, Pivaric

Arbitro: Ricci (Brasile)

Marcatori: Cheryshev (R) 31′, Kramaric (C) 39′, Vida (C) 100′, Fernandes (R) 114′

Ammonizioni: Lovren (C) 35′, Strinic (C) 38′, Vida (C) 101′, Gazinsky (R) 109′, Pivaric (C) 113′

Rigori: Smolov – sbagliato, Brozovic – gol, Dzagoev – gol, Kovacic – sbagliato, Fernandes – sbagliato, Modric – gol, Ighanshevich – gol, Vida – gol, Kuzyaev – gol, Rakitic – gol

Svezia-Inghilterra 0-2: Maguire e Alli trascinano i Tre Leoni in semifinale

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Svezia-Inghilterra cronaca e tabellino
Svezia-Inghilterra (Twitter @SpursOfficial)

Penultimo quarto di finale al Mondiale di Russia 2018Svezia-Inghilterra è il match che decide la prima semifinalista del lato destro del tabellone della competizione. Dopo una prima fase di studio, con gli inglesi che mantengono il pallino del gioco, sono proprio i Tre Leoni a passare in vantaggio. Al 29′ Ashley Young batte un corner tesissimo, sul cross si butta Maguire che incorna di testa e trafigge il portiere Olsen. Nell’ultimo minuto della prima frazione, Sterling ha la grandissima chance per il raddoppio. Il calciatore del Manchester City si invola da solo verso la porta, prova a saltare l’estremo difensore svedese che è però bravissimo a sporcare il pallone e a rendere vana la maxi occasione britannica.

Nella ripresa, la Svezia parte subito forte. Al 47′ Berg sfrutta uno spiovente in area e sovrasta in elevazione Young, ma la parata in tuffo di Pickford è strepitosa. È, però, solo una fiammata gialla prima della ripresa del potere dell’Inghilterra che al 58′ raddoppia. Azione insistita dei Tre Leoni, la palla arriva arriva fuori area a Lingard che crossa di prima intenzione e trova un solitario Dele Alli che di testa supera Olsen. Tre minuti dopo la doccia fredda, gli scandinavi vanno ad un passo dall’accorciare le distanze. Triangolo magico Toivonen-Berg-Claesson con quest’ultimo che calcia a botta sicura; Pickford è, però, ancora una volta un gatto a tuffarsi e cacciare via la sfera dall’angolino. La partita scorre veloce fino al fischio finale dell’arbitro Kuipers.

Svezia-Inghilterra, il migliore e il peggiore della partita

MIGLIORE IN CAMPO – Palma di MVP per Jordan Pickford. Il portiere dell’Inghilterra, dopo esser stato protagonista dagli undici metri contro la Colombia, si ripete anche con la Svezia. Tre parate straordinarie, prima per preservare l’1-0 e poi per evitare che gli scandinavi accorcino le distanze. La sensazione è che gli inglesi abbiano finalmente trovato un estremo difensore di assoluta affidabilità.

PEGGIORE IN CAMPO – Ola Toivonen. L’attaccante della Svezia non è mai pericoloso in zona gol. Impacciato, macchinoso quando ha la palla tra i piedi non è di supporto al compagno di reparto Berg.

Svezia-Inghilterra, il tabellino del match

Svezia (4-4-2): Olsen; Krafth (84′ Jansson), Granqvist, Lindelof, Augustinsson; Claesson, Larsson, Ekdal, Forsberg (64′ Olsson); Toivonen (64′ Guidetti), Berg. All. Andersson

Inghilterra (3-5-2): Pickford; Stones, Maguire, Walker; Trippier, Dele Alli (76′ Delph), Henderson (84′ Dier), Lingard, Young; Sterling (90′ Rashford), Kane. All. Southgate

Marcatori: 29′ Maguire (I), 58′ Dele Alli (I).

Ammoniti: 86′ Meguire (I), 86′ Guidetti (S).

Espulsi: nessuno.

di Emanuele Catone