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islanda nazionale

Era il 2012 quando un famoso giornalista mi assicurò che l’Islanda sarebbe stata la Nazionale del futuro. Era sicuro, certo della sua previsione e io con poca esperienza e conoscenza davanti a tanta sicumera iniziai a credere a ciò che mi aveva detto. In realtà avevo i miei dubbi, conoscevo poco la storia calcistica dell’Islanda e della nazionale islandese ma fui talmente spiazzato che iniziai ad informarmi e a studiare per bene il fenomeno. Le parole di quel giornalista sono spesso ritornate a solleticarmi e sempre di più la sua previsione si trasformava in splendida realtà.

Da quel giorno la Terra del ghiaccio si è qualificata agli Europei 2016 e ha raggiunto i quarti, sconfitta solo dalla Francia. Nel suo cammino aveva conquistato il secondo posto nel girone (davanti al Portogallo poi vincitore finale) e eliminato l’Inghilterra agli ottavi. Due anni dopo è arrivata anche la prima qualificazione ai Mondiali. Con questi risultati sembra quasi scontato analizzare questo movimento calcistico e in tanti già l’hanno fatto a grandi linee. Ma le sue radici sono state piantate all’inizio di questo secolo e non si tratta di un exploit estemporaneo bensì di un programma e una serie di investimenti ben ponderati che hanno permesso ad un Paese di 325 mila abitanti di poter issarsi al 34° posto nel ranking Fifa e avere come previsione, possibile, di entrare addirittura tra le prime 25 al Mondo.

Investimenti, talento ed esperienza: il progetto a lungo termine dell’Islanda

Il primo ostacolo da superare per la Federcalcio locale è stato sicuramente il clima poco adatto per praticare calcio all’aperto. La massima divisione del campionato islandese si svolge da maggio a settembre, 5 mesi, contro i 9 mesi dei maggiori campionati europei. Per ovviare a questo problema, che non consentiva ai ragazzi di poter giocare con continuità nell’isola, si sono costruiti ben sette campi regolamentari indoor e si sono migliorate le strutture già presenti vicino alle scuole. Su questo argomento si sono espressi sia Gylfi Sigurdsson, stella della Nazionale, che Erik Solér agente norvegese negli anni 90 e ora general manager della New York Red Bulls.

Il centrocampista dello Swansea analizzò in un’intervista al New York Times le possibilità aperte con le nuove strutture “Abbiamo la giusta mentalità, lavoriamo duro e parliamo un buon inglese. La svolta in Islanda è arrivata con la costruzione di questi campi indoor dalle misure regolamentari. Aiutano la crescita a livello tecnico e consentono ai giovani giocatori di giocare ed allenarsi tutto l’anno. Prima giocavamo nella neve e avevamo i campi in erba disponibili per quattro-cinque mesi l’anno. Giocare sull’erba e per un intero anno permette di sviluppare la tecnica”

Soler invece si sofferma sull’attitudine: “Tutti i giocatori islandesi hanno una speciale capacità; vengono tutti da un piccolo posto ma ci sono almeno 75 giocatori professionisti su 100 che giocano fuori dal Paese (Bundesliga, Premier League o Scandinavia). L’Islanda è ancora un Paese dove puoi giocare gratis e per un giocatore diventare anche solo professionista è un sogno che si avvera”. Ma accanto alle strutture c’è bisogno di un know how all’altezza così il numero di tecnici patentati UEFA è aumentato di almeno sette volte dal 2000. Erano 71 prima e la maggior parte erano genitori o amatori che insegnavano calcio come passatempo.  Ovviamente ora i tesserati sono circa 21 mila.

Islanda, il talento non si inventa

Ovviamente la possibilità di sfruttare delle strutture all’altezza ha permesso lo sviluppo di talenti mai visti prima d’ora. La base dalla quale è partita la scalata dell’Islanda, dopo una buona dose di “gavetta”,  è stata la Nazionale islandese Under-21 del 2011 capace di qualificarsi per la fase finale dell’Europeo di categoria, fatto mai successo prima. Proprio quella squadra rappresenta una delle motivazioni che spinse Lars Lagerback a diventare commissario tecnico della Nazionale maggiore dopo le buone esperienze con Svezia e Nigeria.

Quel gruppo era guidato da Gylfi Sigurdsson, centrocampista dello Swansea  e Kolbeinn Sigthorsson, attaccante dell’Ajax e già con 16 goal in 25 apparizioni. Nella squadra che ha portato l’Islanda agli Europei 2016 c’erano anche loro. Senza dimenticare Halfredsson (centrocampista ex Reggina, Verona e ora all’Udinese), Bjarnason (centrocampista ex Pescara) e Gunnarsson (Cardiff City). Ma il punto di svolta del calcio islandese è arrivato nel 2013 grazie ai club. Su quattro squadre partecipanti ai turni di qualificazioni per le coppe europee, l’FH Hafnarfjörður arrivò fino al terzo turno preliminare della Champions League, venendo eliminata per 1-0 dall’Austria Vienna ma guadagnando il diritto a giocare i play-off di Europa League. Lì sfiora l’impresa riuscendo a recuperare 2 gol al Genk ma poi crollando ad un passo dall’impresa.

Già nelle qualificazioni per i Mondiali in Brasile 2014 l’Islanda aveva sfiorato il miracolo: seconda alle spalle della Svizzera perse lo spareggio contro la Croazia. Una buona dose di giocatori che giocano all’estero, l’assaggio delle atmosfere continentali e la voglia di emergere. All’Islanda mancava solo una guida. Prontamente arrivata.

Islanda, il lavoro di Lagerback

Dopo cinque fasi finali con la Svezia, Lars Lagerback (ora ct della Norvegia) accettò la proposta di allenare la nazionale islandese e spiegò così i motivi “Ho accettato questo lavoro perché ritengo questo gruppo di giocatori in grado di poter fare bene. Soprattutto il nucleo dei ragazzi che hanno fatto l’Europeo Under 21 del 2011”. 20 anni di esperienza nel calcio internazionale, la voglia di vincere e di non essere attratto dai soldi (la crisi dell’isola nel 2008 non permetteva chissà quale stipendio) unita alla passione per questo sport spinse Lagerback ad accettare la sfida. In quel gruppo aveva visto la possibilità di poter costruire qualcosa di importante attorno al capitano Gunnarsson.

Carattere, leadership e capacità di tenere il gruppo unito, il centrocampista del Cardiff City è perfetto per questo ruolo. La lingua usata era l’inglese e tutti i giocatori ne erano entusiasti: “Condivide con noi la sua esperienza, saggezza e filosofia. Ha portato un nuovo modo di intendere il calcio e crede fermamente nel nostro immenso potenziale”. La squadra ha così instaurato una mentalità vincente e offensiva, giocando un 4-4-2 propositivo.

E quell’Islanda è rimasta impressa nella storia degli Europei 2016 grazie al gioco proposto e al calore dei suoi tifosi. Dopo due anni e con un nuovo ct la musica non cambia. L’Islanda non stupisce più e alla prima in un Mondiale ha fermato l’Argentina. Un autentico sogno per chi ha fatto di necessità di virtù. “Noi non siamo certo una delle Federazioni più ricche così i nostri viaggi sono decisamente particolari. Una volta abbiamo aspettato sei ore per il volo diretto a Londra e nessuno si è lamentato. Ah, noi dovevamo giocare a Cipro”.