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festa scudetto sampdoria 1991

“Se la Sampdoria gioca male abbasso il prezzo dei biglietti e rimborso i tifosi”. disse il Presidente. I tifosi al centro di tutto, l’anima di una squadra. Genuina, pratica, scanzonata ma mai banale. La Sampdoria di Vujadin Boskov faceva del gruppo la sua più grande qualità. Amici prima che compagni di squadra, tante le cene e le serate passate insieme, ma soprattutto tanti gli scherzi e la goliardia che accompagnava quei giorni,  ma senza dimenticare l’obiettivo finale. Per raccontare il primo e finora unico scudetto doriano si comincia da un patto sancito dai giocatori durante il periodo d’oro della società di Mantovani “Nessuno di noi se ne andrà di qui fino a quando non faremo nostro il titolo”. Una promessa tra amici che verrà rispettata e che culminerà nella stagione 1990/91.

Sampdoria, il progetto di Paolo Mantovani

sampdoria 1986-87

Ma in realtà quel progetto, quella vittoria, nasce prima, tanto tempo prima e parte tutto dalle idee di Paolo Mantovani presidente all’avanguardia che dopo aver portato in serie A i blucerchiati punta subito al colpo grosso sempre con stile e ed educazione, anticipando i tempi e facendo fede all’istinto. Nell’82/83 arrivano il diciottenne di belle speranze Roberto Mancini, l’irlandese Brady e l’inglese Trevor Francis. E’ settimo posto ma vincere uno scudetto a Genova richiede tempo, sacrificio e pazienza, è tutto scritto. Nella stagione successiva arriva il difensore Pietro Vierchowood, l’ingaggio di Souness e l’investimento sul talento della Cremonese Gianluca Vialli. Arriva il primo trofeo, la Coppa Italia con Bersellini. Ma Mantovani vuole di più, sogna LA grande vittoria. E così arriva Vujadin Boskov, allenatore esperto, uomo di mondo e campione nella Jugoslavia comunista di Tito. Era stato centrocampista della sua Nazionale, giocando due Mondiali. Poi divenne allenatore umile, schietto, genuino come Mantovani, come la Sampdoria che si stava costruendo, era l’uomo perfetto. Arrivava dall’Ascoli (in serie B) dopo aver vinto una Liga e una Coppa del Re con il Real Madrid. Arrivò in punta di piedi ma subito entrò nel cuore dello spogliatoio e dei tifosi. con i suoi modi da padre e le sue idee da vincente. Era il 1986 e con lui c’erano Vialli, Mancini, Pagliuca, Mannini, Pari e Pellegrini. Tutti grandi promesse. 

L’inizio di un ciclo

Inizia un ciclo vincente. L’anno successivo si bissa il successo in Coppa Italia e la Sampdoria viene sconfitta solo in finale in Coppa delle Coppe dal Barcellona (autentica bestia nera come vedremo). Ma la vittoria in Europa arriverà a Goteborg contro l’Anderlecht sempre in Coppa delle Coppe. I tempi sono maturi per puntare allo scudetto. Era l’estate del 1990 ed era ancora viva negli italiani la delusione di quel Mondiale giocato in casa e perso in semifinale contro l’Argentina. Il capocannoniere della competizione mondiale Totò Schillaci andò a rinforzare la Juventus di Maifredi che già aveva tra le sue fila il fulgido talento di Roberto Baggio. Ma il gioco spettacolare del tecnico bresciano non riuscirà a nascondere una difesa poco solida e mai equilibrata e così quasi subito abbandonerà  la corsa scudetto. In Italia arrivano Skuhravý, attaccante ceco che rinforzerà i rivali del Genoa, il tedesco Riddle alla Lazio, Enzo Francescoli al Cagliari (neopromosso) e Detari al Bologna. Desta curiosità anche la matricola Parma allenata da Nevio Scala ed in grado di applicare una zona spettacolare ed efficace. E’ anche l’anno dell’introduzione del rosso diretto per fallo da ultimo uomo, ma è soprattutto l’anno dell’addio di Maradona al Napoli campione uscente. La squalifica per doping e la fuga all’estero segneranno inevitabilmente il campionato degli azzurri. La Sampdoria ha come rivali il Milan di Sacchi del trio olandese e l’Inter di Trapattoni del trio tedesco, Mantovani lo sa ma non si scompone “I nostri nemici non stanno a Genova: stanno a Firenze, a Milano, a Torino. Sono quelli che hanno paura che noi poi si finisca per scalzarli in classifica. Perché sanno che li scalzeremo”. 

La cavalcata per il primo scudetto della Sampdoria

sampdoria 1991

La Sampdoria di Boskov era una squadra concreta, pane e salame. Giocava con il libero e con il contropiede ma non disdegnava la creatività. Il giovane Pagliuca era il guardiano della porta, Lanna e Vierchowood blindavano la difesa, Dossena e Pari guidavano il centrocampo e davano fosforo ed esperienza accanto al genio di Toninho Cerezo, mentre Lombardo imperversava sulla fascia e Mancini e Vialli si occupavano di concretizzare. Erano i gemelli del gol, due attaccanti che si incastravano alla perfezione. L’artista di Jesi sfornava assist e il cremonese era sempre più letale e prolifico. La stagione iniziò bene con la vittoria contro il Cesena, il Bologna e l’Atalanta. La prima scossa al campionato arrivò il 28 ottobre quando gli uomini di Boskov superarono il Milan a San Siro con il gol di Toninho Cerezo, centrocampista difensivo e altro uomo simbolo di quella squadra. Un altro segnale venne dato al San Paolo dove i blucerchiati rifilarono quattro gol al campione uscente Napoli. Era il simbolico passaggio di testimone. Nemmeno la sconfitta nel derby, nella giornata successiva, minò le certezze di quel gruppo. Dopo ogni vittoria ma soprattutto dopo ogni sconfitta la squadra si riuniva, si parlava poco di calcio e si compattava il gruppo, è lì che la Samp vinse lo scudetto, in quelle serate, in quelle cene, negli scherzi. Boskov lo sapeva e lasciava fare, del resto era inevitabile da un uomo che conosceva la grandezza dell’essere allenatore ma anche i limiti del suo mestiere “La zona? Un brocco resta brocco anche se gioca a zona. Dov’è lo spettacolo?”.

Lo scudetto e l’amara Wembley

A gennaio il titolo d’interno andò all’Inter che approfittò dei passi falsi di Samp e Milan. Alle sue spalle oltre ai rossoneri c’era il terzetto inedito formato da Samp, Juve e il sorprendente Parma. La solidità dei blucerchiati fece la differenza e così pian piano i bianconeri iniziarono a staccarsi, complice una difesa ballerina, insieme ai ducali troppo inesperti per puntare alle vette della classifica. Il 17 febbraio Gianluca Vialli lanciò la sua squadra al primo posto decidendo la sfida Samp-Juve approfittando anche dei passi falsi, nelle giornate precedenti, dell’Inter contro il Cagliari e il Bologna e del Milan contro la Fiorentina. Il 10 marzo furono i rossoneri a cadere a Marassi; infine, il 5 maggio, le reti di Dossena e Vialli permisero alla Samp di espugnare il Meazza e di ipotecare uno storico scudetto, che arrivò matematicamente il 19 maggio dopo la vittoria per 3-0 sul Lecce, condannato alla retrocessione. Per la Samp fu il primo scudetto della storia, per la città di Genova il primo titolo dal 1924.

Mantovani aveva esaudito il suo sogno. Ma il ciclo di Boskov, di quella squadra in grado di incarnare in pieno lo spirito ed il romanticismo degli anni ’80 e di avere quella spregiudicatezza giusta per ribaltare ogni tipo di pronostico, poteva concludersi con un autentico miracolo sportivo: salire sul tetto d’Europa. L’occasione avvenne nella stagione successiva. La Sampdoria arrivò in finale di Coppa dei Campioni a Wembley contro il Barcellona di Cruijff e Koeman. Mantovani, il giorno prima della partita, si palesa in tutta la sua sincerità e onestà e comunica a Vialli il suo trasferimento alla Juventus. Quella notizia, l’addio a quel gruppo si riflette nei quasi 120 minuti di quella finale. Vialli sbaglia due gol, Koeman  al 112′ su punizione non fallisce e il Barcellona conquista la Coppa.

Si chiude così la favola blucerchiata. Mantovani punterà sui giovani, Boskov saluterà Genova considerando finito il ciclo. Allenerà per altri otto anni fino all’Europeo del 2000. Un ciclo aperto e chiuso con sincerità, educazione e genuinità sempre pensando al gruppo, all’amicizia e ai valori fondamentali della vita. Una lezione che Boskov, Mantovani e quei ragazzi hanno trasmesso al mondo del calcio e che è entrata nella storia di questo sport.