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james troisi australia

“Venite da lontano?” chiedeva Michele Mirabella nel film Ricomincio da tre, dopo aver caricato in macchina Massimo Troisi. “Da Napoli” rispondeva lui, “Emigrante..”, “No, no, anzi, a Napoli avevo anche un lavoro, sono partito così per viaggià, per conoscere”.

Se a Massimo sostituite James, la sostanza non cambia. Anche il cognome è lo stesso. Magari più che da Napoli vi avrebbe risposto da Adelaide, in Australia, ma la storia è uguale. James Troisi, centrocampista del Melbourne Victory, è pronto per un nuovo viaggio. Un nuovo “capitolo del mio libro” come ha scritto su instagram, il giorno della qualificazione mondiale conquistata dai Socceroos. Classe 1988, figlio di emigranti, partiti non per conoscere, ma per lavorare. Madre greca, padre italiano, un coacervo di culture e storie, lingue e tradizioni.

James Troisi, dall’Australia a Newcastle

“Papà, nel dopo lavoro, giocava in un piccolo campionato amatoriale. Mentre tutti intorno a me giocavano a rugby, lui mi faceva tirare i primi calci ad un pallone. Poi insieme a degli amici creò una scuola calcio in un sobborgo di Adelaide e a 10-11 anni iniziammo a giocare regolarmente”. Ma in Australia, in quegli anni, non c’è un campionato di calcio vero. La National Soccer League, attiva dal 1977, era frammentata e irregolare. Non c’era un futuro per chi voleva provarci. “Nel 2005 andammo a fare un tour in Europa, prima in Olanda, poi in Inghilterra. Dopo una partita giocata contro il Newcastle, loro mi proposero un contratto e questo per me fu il momento di transizione. Bisognava mollare tutto e partire.”

I Troisi ripartono, fanno le valigie e mollano tutto. È dicembre e dal caldo australiano passano, in un attimo, alla cappa grigia e fredda d’Inghilterra. “Ricevevo una borsa di studio di 100 sterline per le spese scolastiche. A un certo punto fu ancora più difficile, avevamo finito i soldi e mancava una settimana prima che fossimo costretti a vendere la nostra casa in Australia. I miei genitori hanno puntato tutto quello che avevano su di me ed io, di risposta, ho dedicato tutto me stesso al calcio”.

A Newcastle, negli stessi anni, si allenava un certo Michael Owen, Pallone d’Oro nel 2001, più di 100 gol in maglia Reds e un’annata storta al Real Madrid. Mentre James lo guarda, a casa stringono la cinta. La madre trova lavoro come cassiera e il padre, che in Australia era architetto, lavora come impiegato in uno studio di geometri.

Il destino del migrante

Ma i sacrifici pagano, James Troisi firma il suo primo contratto professionistico e inizia a viaggiare. Sangue errante, giocatore migrante, tocca quasi tutti i continenti. Un Odisseo del calcio, con il mondo al posto del Mediterraneo e un pallone al posto della spada. Dalla Turchia al Belgio, tra l’Al Ittihad, in Arabia Saudita, e Cariddi, tra il Liaoning, in Cina, e Polifemo. In mezzo c’è la parentesi, obbligo del destino, in Italia. Dopo aver rescisso con il Kayserispor lo chiama la Juventus che lo gira, nell’affare Gabbiadini, all’Atalanta. “Purtroppo la tattica del mister non si addiceva alle mie caratteristiche, quindi ho giocato meno di quello che mi aspettavo. Ma nei giorni liberi ho visto posti bellissimi: la città alta di Bergamo, il lago di Como, Firenze, Venezia”.

Il destino del migrante è fatto di andate e ritorni, di tappe momentanee nel nostos vorticoso verso casa. Così dopo aver lasciato l’Australia a 15 anni, 15 anni dopo James ritorna. Lo aspetta il Melbourne Victory, squadra con cui quest’anno ha vinto il titolo nazionale. Nel frattempo 37 presenze con la nazionale e cinque gol, da ala o trequartista. Uno al 100esimo minuto della finale di Coppa d’Asia vinta contro la Corea del Sud. “Questa è la mia vita, il mio film, il mio libro e non permetterò a nessuno di scriverlo al posto mio”. Scrive così, James, sui suoi social. La frase è di Steve Maraboli, mental coach australiano, madre cilena e padre italiano. Quello di Russia sarà il suo secondo Mondiale. “Stavolta vogliamo essere protagonisti, fissare la nostra bandiera sul mondo”. James Troisi chiude di nuovo le valigie perché c’è un nuovo viaggio da fare. Ma forse, in realtà, non le ha mai disfatte.

di Lamberto Rinaldi