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Un mercato non ancora nel vivo e in attesa dell’inizio (e della fine) dei mondiali accoglie con entusiasmo una grande “novità”:il 1° giugno, la FIGC, ha ufficialmente introdotto il diritto di recompra. Mentre i vari dirigenti se la ridono sotto i baffi e preparano nuove strategie finanziarie, una grande fetta di pubblico rimane sconcertata dalla notizia. L’acquisto e il ri-acquisto di un giocatore a una cifra già fissata non era altro che un semplice accordo fra gentiluomini, senza nulla di iscritto che tutelasse le parti. Alvaro Morata, seppur non fosse propriamente convinto di lasciare Torino, è l’esempio lampante di questa pratica: venduto alla Juve per circa 20 milioni di euro e poi tornato a casa nel suo Real Madrid due estati dopo. Marotta non ha potuto far nulla per trattenerlo, nemmeno violare il patto d’onore stipulato. In Spagna, infatti, il diritto di recompra è “legale” nonchè molto utilizzato. E l’Italia si aggiunge, diventando il secondo paese ad adottare la regola.

I pro del diritto di recompra

La notizia gioverà le big, sature di giovani promesse e non costrette ad andare ogni anno in prestito senza mai trovare continuità. Oltre a favorire lo sviluppo dei ragazzi, le società potranno far cassa subito e investire in profili più affermati, non chiudendo la porta ad un eventuale ritorno. L’Inter, per esempio, con questo sistema raggiungerà più facilmente il proprio obiettivo: 40 milioni di plusvalenze per rispettare il fair play finanziario. Con le valigie in mano la maggior parte della squadra Primavera: Zaniolo, Radu, Emmers, Bettella, Valietti, Odgaard, Pinamonti. Questa la lista dal quale ricavare il tesoretto necessario. Inizialmente l’idea era quella di abolire i prestiti, ma si sarebbe ridotto troppo il margine di manovra per gli aggiustamenti di bilancio. Il diritto di recompra esiste da tempo in Spagna e ora in Italia, mentre non è presente in Francia, Germania e Inghilterra