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Andy Van Der Meyde
La caratteristica esultanza di Van Der Meyde

“Mio padre era un alcolizzato e un giocatore incallito. Con lui ho rotto ogni rapporto, tanto che quando entrai nelle giovanili dell’Ajax chiesi di giocare con il cognome di mia madre. Mi dissero di no”. È questo uno dei primi passaggi dell’autobiografia di Andy Van Der Meyde, “Geen genade” (Nessuna Pietà). Mai titolo fu più azzeccato. Perché in un libro scritto a cuore aperto Van Der Meyde porta alla luce elementi di una carriera che poteva essere stellata ma che si è fermata alla mediocrità. Oltre che, ovviamente, di un carattere estroso quanto claudicante, loco quanto insicuro.  Un mix di stati d’animo che hanno finito per rendere l’olandese una delle Stelle Cadenti più rumorose degli anni 2000. Un altro caso in cui il talento è rovinato da fattori esterni che divorano tutto e non lasciano neanche le briciole. Perché, in fondo, Andy Van Der Meyde ci aveva provato ad iniziare facendo le cose per bene.

Andy Van Der Meyde: tra sesso, droga, alcool e follie

Nonostante il problema familiare, il ragazzo viene subito messo sotto contratto da quella che è probabilmente l’accademia di giovani campioni più preparata, competente e forte del mondo: l’Ajax. Van Der Meyde debutta nel 1997, giocando 5 partite. Poi viene spedito in prestito al Twente (squadra contro la quale aveva esordito), dove gioca con ottima continuità (32 partite) siglando i primi 2 gol della sua carriera. I Lancieri decidono di riaccoglierlo a casa e Van Der Meyde si guadagna il posto da titolare nella stagione 2001-2002, anche grazie alla bravura di Ronald Koeman, tecnico che aveva preso la squadra in un momento di crisi riportandola ad antichi fasti: l’Ajax vincerà Eredivisie e KNVB Beker (Coppa D’Olanda). Dopo il double da sogno dell’anno precedente, Van Der Meyde si conferma a livello personale nel 2002-2003 migliorando le sue prestazioni anche a livello di reti (memorabile la sua esultanza stile “cecchino”) e giocando in squadra con campioni quali Ibrahimovic, Snejider, Chivu e Van Der Vaart.

In quel periodo, emergono i primi dettagli di una vita sregolata: “L’Ajax è stata l’unica squadra in cui mi sono divertito. Legai con Ibrahimovic e Mido: si sfidavano in folli corse notturne sull’anello della A10 attorno ad Amsterdam. Zlatan aveva una Mercedes SL AMG, Mido alternava Ferrari e BMW Z8. Tomas Galasek invece mi iniziò alle sigarette”. L’ascesa dell’esterno è inarrestabile: arriva la possibilità di giocare in Champions ma, soprattutto, la conquista della Nazionale Olandese, con il C.T. Advocaat che lo convoca in una gara contro gli Stati Uniti. Il ragazzo bagnerà il suo esordio con un gol decisivo ai fini del risultato. Inevitabilmente, gli occhi delle grandi d’Europa si fiondano sul talento Orange. Alla fine, ad accaparrarselo è l’Inter: la squadra di Moratti si aggiudica una delle migliori ali del momento per 6 milioni di euro + bonus (praticamente 8). Accettai nonostante l’allenatore, Ronald Koeman, non mi ritenesse ancora pronto per l’estero”. E forse l’esperto tecnico aveva ragione: Van Der Meyde fatica ad integrarsi fin dai primi allenamenti, tanto da manifestare subito iniziali perplessità: “Dopo una settimana, telefonai a David Endt (team manager dell’Ajax, ndr) implorandolo di riportarmi a casa. I soldi possono anche tenerseli, gli dissi. Mi consumava la nostalgia”. 

Nostalgia che Van Der Meyde pensa di poter combattere con quello che diventerà uno dei suoi vizi più devastanti: l’alcool. Oltre a questo c’è di più: Van Der Meyde è un ragazzo eccentrico, come dimostrato dal fatto di possedere quello che a tutti gli effetti poteva essere considerato come uno “zoo privato” in casa (“Avevo uno zoo nel giardino di casa: cavalli, cani, zebre, pappagalli, tartarughe. Dyana, la mia prima moglie era la vera malata. Per lei rifiutai un trasferimento al Monaco: a Montecarlo ci sono solo appartamenti, mi disse, dove li mettiamo i nostri animali? Una sera scesi in garage, al buio, intravidi una sagoma imponente e udii suoni strani. Aveva comprato un cammello!“). All’eccentricità fuori dal campo non sembrava più seguire, invece, quella nel rettangolo da gioco: in due stagioni all’Inter Van Der Meyde gioca 43 gare delle quali la maggior parte impalpabili, siglando 3 reti (una in Campionato, due in Champions: la prima contro l’Arsenal nello storico impianto di Highbury (“Il momento migliore della mia carriera in nerazzurro” in occasione della clamorosa vittoria interista in terra londinese e la seconda contro il Valencia in un 1-5 a favore della sua squadra). Lo stesso calciatore farà capire che per lui la pressione era troppo alta: “Passare dall’Ajax all’Inter è stato come lasciare un negozio di paese per una multinazionale. Tutto estremamente professionale, un giro di soldi pazzesco, il presidente che dopo ogni vittoria allungava ai giocatori 50 mila euro a testa. Non mi sentivo a mio agio”. 

Risulta cristallino che l’olandese vada ceduto. Così accade: a usufruire delle sue prestazioni ci pensa l’Everton, la squadra “blu” di Liverpool. O meglio, questa almeno era l’intenzione della società. A quanto pare, non quella di Van Der Meyde che ne combina di tutti i colori: “All’Everton mi proposero uno stipendio di 37mila euro a settimana, più del doppio di quello che percepivo all’Inter. Ci andai di corsa. La prima cosa che feci fu comprare una Ferrari e andare a sbronzarmi al News Bar, uno dei locali più in voga di Liverpool. La mia giornata terminò in uno strip-club. Andavo pazzo per le spogliarelliste. Lì conobbi Lisa e me ne innamorai subito. Nel suo mondo bere e sniffare cocaina era una cosa all’ordine del giorno. Mia moglie mi scoprii poco dopo, facendomi pedinare. Mi sarei preso a pugni in faccia quando mi elencò tutte le prove che aveva raccolto. Avevo una vera e propria dipendenza: il mio motto era “sempre e ovunque”, fosse un’igienista dentale, una segretaria dell’Ajax, una ragazza conosciuta a un semaforo”. 

Ovviamente, ai guai privati seguono anche quelli calcistici: dopo l’Europeo del 2004 (disastroso) Van Der Meyde perde la Nazionale senza mai più riconquistarla. All’Everton, poi, giocherà pochissimo anche a causa delle sue dipendenze che gli provocheranno infortuni e problemi di salute (in quel periodo fu anche ricoverato per una crisi respiratoria, probabilmente dovuta all’assunzione di un mix di droghe e alcool). Il club lo multa pesantemente ma gli dà una seconda chance nella stagione successiva: purtroppo per lui, il rapporto col tecnico David Moyes naufraga ancor prima di cominciare e i litigi sono continui (l’olandese accuserà l’allenatore di averlo accantonato per motivi puramente personali e non tattici). Il terzo anno Van Der Meyde è praticamente un fantasma, tanto che viene aggregato senza troppi rimorsi alla squadra riserve. L’esterno che aveva incantato il Mondo ormai non esiste più: ha lasciato spazio ad un drogato, alcolizzato e sessodipendente. Il ragazzo si giustifica così: “Il tecnico Moyes pensava fossi un viziato. In realtà stavo accanto a Dolce, la bambina che avevo avuto da Lisa. Soffriva di una rara malattia all’intestino, è stata operata otto volte in due anni. Non volevo lasciarla sola. Ma ero fuori controllo: non riuscivo a dormire se non prendendo pillole. Era roba pesante, di quella da prendere con la prescrizione del medico. Quindi le rubavo dallo studio del medico del club. L’ho fatto per più di due anni. Poi è arrivata la cocaina, insieme a Bacardi, vino e feste in quantità. Capii che dovevo andarmene da Liverpool, o sarei morto”.

Tentativi di rinascita

Andy Van Der Meyde
Van Der Meyde nel post carriera

Van Der Meyde è ormai l’ombra di sé stesso: prova un ultimo colpo di reni al PSV, che lo ingaggia per volere del suo amico Fred Rutten, all’epoca tecnico degli olandesi. Il gesto di una persona cara. Purtroppo, arriva un altro fallimento: “E’ stato come tentare di mettere in moto un’auto ferma da troppo tempo: i ritmi del calcio pro non facevano più per me”. Ultimi sfizi pallonari ai dilettanti del WKE e poi il definitivo ritiro dal mondo del calcio di quell’ala destra devastante per gli avversari ma, sfortunatamente, anche e specialmente per il suo ego. Dopo 217 partite e 25 gol in carriera, ora Andy Van Der Meyde sembra aver finalmente trovato un equilibrio nella sua vita: “Ho avuto il mio quinto figlio, il secondo dalla mia attuale compagna, Melissa. Non sono milionario ma vivo meglio di prima. Col libro ho voluto chiudere un capitolo della mia vita. Adesso voglio allenare nelle giovanili. Dopo tutti gli errori che ho commesso, chi meglio di me può insegnare ai ragazzi come non sprecare il proprio talento?”. Come tanti prima di lui (e molti altri che “emuleranno le sue gesta”), Van Der Meyde ha gettato il suo talento nella pattumiera distruggendo la sua persona in un vortice di negatività che avrebbe abbattuto chiunque. Ma, nonostante tutto, ce l’ha fatta ed è ancora qui. Perché la vita concede sempre un’altra chance. Non sarà come un gol ad Highbury, ma carpe diem. E Van Der Meyde, stavolta, non se l’è fatta scappare.