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Manca una settimana all’inizio del Mondiale. Anche dalle nostre parti se ne parla, è inevitabile, nonostante l’atteggiamento maggioritario e trasversale sia di lutto. Più precisamente, l’atteggiamento di chi è stato tradito e privato della felicità. Fa ancora male pensare al Mondiale, ma ci si pensa e se ne parla. E fra poco comincerà. Probabilmente, investendo un’Italia che, magari anche già un po’ rinfrancata dai primi vagiti manciniani, si ritroverà a vivere un torneo che si preannuncia come sensazionale con quella distaccata leggerezza che permetterà di coglierne meglio i tratti e le sfumature. Ci sarà spettacolo a Russia 2018, ci saranno campioni e gesta sportive epocali. Ci saranno soprattutto tutte quelle straordinarie storie che un Campionato del Mondo porta sempre alla luce. Ci sarà anche quella dell’Iran, una Nazionale che nel torneo forse potrà risultare solo una comparsa. Ma che porta all’attenzione una zona del mondo in cui il calcio può veicolare messaggi determinanti.

Alla oligarchia teocratica della Repubblica Islamica dell’Iran, il calcio non piace. O meglio, non piace quello che il calcio può dare alla gente. Perché gli iraniani sono molto appassionati al gioco, e il movimento nazionale vanta una tradizione fra le migliori che ci siano in Asia. Piace tanto anche alle donne, che hanno lottato e vinto proprio per poter assistere alle partite dentro a uno stadio, dando una chiara dimostrazione di come il popolo possa contrastare il regime. E adesso c’è il Mondiale, dove il Team Melli arriva per la seconda volta consecutiva, presentando forse la miglior selezione che l’Iran abbia mai avuto. Ciò nonostante fare strada sarà dura, perché il girone oppone Spagna e Portogallo oltre che il Marocco, quindi lascia poche speranze. Non solo: l’avvicinamento è stato molto più che problematico, fra amichevoli saltate, litigi fra Federazioni e la sensazione palesata dal CT e dai vertici dirigenziali che attorno a questa realtà ci sia una sorta di boicottaggio internazionale. Però questo Iran è una squadra con delle caratteristiche e degli interpreti in grado, con un po’ di fortuna, di lasciare qualche segno. Anche perché a guidarla c’è da oltre sette anni un finissimo ed esperto uomo di calcio come Carlos Queiroz, che è riuscito fin da subito a trovare risultati (ha vinto 53 delle 86 partite disputate, e ha centrato due Mondiali su due) e di conseguenza ha avuto l’orizzonte per progettare, spingendo questa Nazionale al più alto livello mai visto.

Iran, il lavoro di Queiroz per Russia 2018

Iran Formazione

Queiroz, a differenza della maggior parte dei CT dell’area asiatica, ha deciso di far emigrare il maggior numero possibile di giocatori validi, considerando il campionato locale poco allenante. L’unico vero divo credibile del movimento domestico è il portiere Alireza Beiranvand, venticinquenne del Persepolis che nel 2017 è diventato il primo giocatore iraniano a ricevere una nomination per un premio individuale ai The Best Fifa Awards: era nella lista dei quindici migliori portieri, alla fine non ha preso nessun voto però intanto si è preso la soddisfazione di esserci. Per il resto, fra i dieci giocatori di movimento che compongono la formazione tipo solo il difensore centrale Rouzbeh Cheshmi milita in patria, e guarda caso è stato il più criticato dopo l’amichevole persa 2-1 contro la Turchia, venendo ritenuto responsabile di entrambi i gol subiti. Gli altri sono all’estero, un paio in Qatar come il difensore Morteza Pouraligangji, che ha rifiutato qualsiasi destinazione alternativa quando ha ricevuto un’offerta dall’Al-Sadd e di conseguenza la possibilità di dividere lo spogliatoio con una leggenda come Xavi, e tutti gli altri in Europa, a partire dalla vera stella di questa squadra: il ventiquattrenne Alireza Jahanbakhsh. Parliamo di un’ala destra d’attacco dal livello tecnico spiccatissimo, con propensione al gioco spettacolare, grande continuità di rendimento e soprattutto molta concretezza: quest’anno con l’Az Alkmaar ha segnato 21 gol e fornito 12 assist in 33 partite di Eredivisie, è stato il capocannoniere di un campionato in cui di solito sono le punte a segnare a raffica ed è diventato uno dei pezzi più osservati nel mercato europeo.

Iran, Ansarifard il vero erede di Ali Daei

Il problema è che nell’elastico 4-3-3 di Queiroz, un modulo che varia a seconda delle esigenze accomodandosi anche sul 5-4-1 o sul 4-2-3-1, il dogma è sempre quello di uscire dalla difesa con la palla nei piedi e percorrendo le vie centrali, il che – visto il livello tecnico globale non di certo paragonabile a quello di una Spagna o un Brasile – lo porta a dover abbandonare la fascia per convergere al fine di fornire un’uscita sicura ai centrocampisti, il che limita la sua possibilità di poter accelerare e spaccare la difesa avversaria negli ultimi 30 metri. Stessa sorte tocca al centravanti, il ventitreenne Sardar Azmoun, una prima punta vera, capace di farsi rispettare in area di rigore ma anche di smistare il gioco con efficacia: gioca nel Rubin Kazan e senza qualche bisticcio fra club russi sarebbe probabilmente già approdato a una big europea, visto che negli anni scorsi si sono moltiplicati gli interessi verso di lui. La colonia più nutrita gioca però in Grecia, ed è capeggiata da un giocatore che in questa Nazionale potrebbe fare la differenza ma che si ritrova ad essere il suo più grande equivoco. Parliamo di Karim Ansarifard, da sempre considerato il vero erede del mitico Ali Daei, che fu anche il suo scopritore: quest’anno con l’Olympiacos ha segnato 17 reti in 25 presenze nel campionato greco, segnalandosi come un centravanti dai piedi vellutati. Per questo, e vista la contemporanea presenza in rosa di due prime punte affidabili come il rampante Azmoun e il piccante Reza Goochannejhad dell’Heerenveen, Queiroz ha deciso di arretrarlo nel ruolo di mezzala, dandogli il compito di armare il gioco offensivo della squadra ma di fatto togliendolo dalla zona in cui si sente più a suo agio.

Hajsafi e Shojaei, l’emblema del movimento iraniano

Il resto del centrocampo, al netto della presenza di Ashkan Dejagah che ha status e personalità ma che fatica a garantire l’intensità necessaria per essere un punto fisso visto che nell’ultimo anno ha giocato solo un quarto d’ora con la maglia del Nottingham Forest, è in mano a una coppia di giocatori che rappresentano al meglio il senso di questa storia e di questo movimento: Ehsan Hajsafi e Masoud Shojaei. All’inizio di questa stagione erano compagni anche a livello di club: giocavano nel Panionios, formazione greca che nei preliminari di Europa League si è ritrovata opposta al Maccabi Tel Aviv. E, come è noto, il regime di Teheran vieta categoricamente la possibilità di misurarsi con atleti israeliani, in qualsiasi disciplina. La situazione è diventata tesissima: i due sono riusciti a saltare la partita di andata ma sono stati chiamati a giocare quella di ritorno, lo hanno fatto ed è scoppiato il putiferio. Il Ministero dello Sport iraniano ha chiesto pubblicamente la loro squalifica a vita dalla Nazionale e la Federazione è stata costretta a lavorare sotto traccia per evitare una querelle internazionale. Il risultato è che tutti e due, dopo qualche mese di mediazioni e di scuse pubbliche, sono stati reinseriti nei ranghi dell’Iran. Non però in quelli del Panionios, che entrambi hanno lasciato precipitosamente a Gennaio: Shojaei è andato all’AEK e ha vinto il campionato, il mancino Hajsafi ha invece raggiunto Ansarifard all’Olympiacos, salendo di livello e dimostrando anche in una big del calcio greco come la sua polivalenza e il suo senso dell’inserimento offensivo siano meritevoli di considerazione.

Iran, dove il calcio è molto più di un semplice gioco

Poi ci sono i laterali: a destra c’è Ramin Rezaeian, che gioca in Belgio e, seppur con qualche sbilanciamento, garantisce cross ben fatti, mentre il suo omologo a sinistra Milad Mohammadi ha caratteristiche più difensive che non offensive, ma vanta una velocità tale da farsi chiamare in patria “Mig-Mig”, ovvero l’equivalente iraniano del “Bip-Bip” con cui qui in Italia conosciamo il celebre Roadrunner, imprendibile nemico dei cartoni animati di Will E. Coyote.

Merita un’occhiata questo Iran. È una squadra con del potenziale, arrivata al suo punto più alto di maturazione. Un gruppo con delle cose da dire e da mostrare, che rischia di eclissarsi presto adombrato dai colossi iberici ma che sicuramente accenderà delle luci. Sui campi di Russia, ma soprattutto su di un Paese in cui il calcio è molto, molto più di un semplice gioco. E quando arriva un Mondiale, queste sono le storie che lo rendono un appuntamento unico.

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Stefano Borghi, pavese classe ’82, ama le squadre di calcio con una tradizione e una bella maglia, oltre che le chitarre ruvide e le cene di qualità. Di professione fa il telecronista: gli piace raccontare storie vere e prova a tirarle fuori dall’ordinario, guardando più al contenuto che all’involucro. Oggi lavora per Fox Sports ed è la voce della Liga spagnola