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Vialli alla Sampdoria

Due anni fa Walter Veltroni intervistò Gianluca Vialli per ‘Il Corriere dello Sport’. E gli aneddoti rilasciati dall’ex bomber di Samp e Juve sono tutti da conoscere.

A tu per tu con Gianluca Vialli, nella rubrica curata da Walter Veltroni per il Corriere dello Sport. L’ex sindaco di Roma intervistò l’attaccante passato per Sampdoria, Juventus e Chelsea parlando di passato, presente e futuro dell’attaccante di Cremona. “Quando io ero ragazzo non c’erano la Playstation, i social network e la televisione aveva solo due canali. Giocare a calcio era necessario e rappresentava, almeno per i maschi, il modo migliore per occupare il tempo dopo la scuola. A casa mia in verità non si respirava tutta questa grande passione calcistica, mio padre era tifoso juventino ma non militante. Eravamo cinque fratelli e solo uno era appassionato del pallone. Per me invece è stata una folgorazione. Ricordo ancora le mie prime scarpe da calcio, il primo pallone. Ero bambino, fu negli anni successivi ad Italia-Germania nei Mondiali di Messico ’70. Fu una partita che fece innamorare tutto il paese di questo sport”.

E dove giocava?

“D’estate in campagna nella casa che avevamo fuori Cremona. D’inverno ingaggiavamo furiose battaglie sul porfido del cortile. Poi anch’io ho avuto a che fare con l’oratorio. Dicevano: “Vieni, vieni, fai il catechismo, diventi un buon cristiano e ti facciamo giocare a calcio”. Il prete che organizzava tutto, Don Angelo, era molto attivo e molto capace. È stato lì che ho cominciato a vedere delle vere porte e degli spazi delimitati”.

Mi incuriosisce capire se già da bambini era possibile riconoscere dei futuri campioni come te

“Sì, credo che fossi già bravino – ammette con falsa modestia Vialli – Vede, io penso che il talento puro conti fino ad un certo punto. Sono importanti la quantità e la qualità della pratica. E, come quantità, io ero imbattibile. Avevo studiato questo meccanismo: a scuola stavo molto attento alle spiegazioni al mattino in modo tale da poter fare i compiti molto rapidamente. Da quel momento in poi era solo calcio. Fino alla sera, quando io e mio fratello giocavamo in camera con una pallina di carta. Erano partite infinite e indemoniate in uno spazio piccolo piccolo. E mentre giocavamo facevamo le telecronache. Quindi, in quantità, ero un numero uno mondiale. Per la qualità posso dire di aver avuto sempre allenatori bravi”.

E’ stato un problema per lei il suo appartenere alla borghesia? I suoi compagni la vedevano come un figlio di papà?

“No, anche se è vero che mio padre non ci faceva mancare nulla, con il suo lavoro. E per questo io non giocavo al calcio per cercare rivincite o perché questo mi avrebbe consentito di sbarcare il lunario. Giocavo per il puro gusto di farlo. Non ho mai avuto problemi con i miei compagni di squadra per questo, specie da ragazzi. Anzi erano contenti che uno che “non aveva bisogno” si impegnasse come e più degli altri. Io sono sempre stato uno sgobbone, in allenamento e in campo. Semmai ero uno timido. Quando mi convocavano per le nazionali giovanili non volevo mai andare. Una volta fui chiamato per una rappresentativa scolastica. Dovevo prendere il treno alle dieci. Alle dieci e mezzo non era partito. Perché avevo sbagliato treno. Ma quando me ne accorsi non ne cercai un altro. Andai a casa, dove mi sentivo bene e sicuro, dissi a mia madre di telefonare che stavo male. Avevo quattordici anni, ero poco più di un bambino”.

Boskov fornisce spiegazioni tattiche a Vialli e Mancini

Com’era Boskov?

“Per me una via di mezzo tra un padre e un amico. Quando vedeva che ero giù di morale, che vivevo momenti difficili, mi faceva andare a casa sua. Sua moglie mi preparava il thè con i pasticcini. Quando uscivo da quell’appartamento mi sembrava di volare. Aveva una incredibile capacità di suscitare empatia, di mostrare a chi aveva di fronte tutta la sua intelligenza emozionale. Dal primo giorno alla Sampdoria ci ha convinto che avremmo potuto vincere in Italia ed in Europa. La sua cultura del calcio imponeva alcune regole: marcatura a uomo, attenzione alla fase difensiva senza fare gli schizzinosi se c’era da difendere un risultato…poi equilibrio, in campo e fuori, tra disciplina e libertà individuale. Era dolce ma autorevole. Pretendeva lo stesso impegno dal più giovane della rosa quanto da Vierchowod. o Mancini. A tavola, prima della partita, era capace di decifrare ogni stato d’animo, ogni tensione tra di noi. I cattivi, che non mancano mai, dicevano che Mancini ed io facevamo la formazione. Voglio cogliere questa occasione per smentire. Mi creda, lui ascoltava tutti ma poi faceva come voleva. E faceva bene, se pensiamo che con lui abbiamo vinto uno scudetto, la Coppa Italia, la Supercoppa Italiana, la Coppa delle Coppe. Allora noi arrivammo, da Genova, alla finale di Coppa dei Campioni. Che perdemmo uno a zero. E a me dispiace, oggi come ieri, specie per quel galantuomo che si chiamava Vujadin Boskov”.

E’ stato l’allenatore più importante della sua carriera?

“Ce ne sono stati molti. Vincenzi che mi fece esordire, Mondonico che mi aiutò a crescere. E poi Boskov, Vicini. E non potrò mai dimenticare Lippi. Come ha raccontato nell’intervista che le ha rilasciato, io volevo andar via dalla Juve e tornare alla Samp. Nei due anni in bianconero avevo accumulato tante frustrazioni. II primo anno avevo corso per tutti, per quattro, senza che mi fosse riconosciuto. Il secondo avevo avuto una doppia frattura del piede. Marcello mi chiese se ero matto a gettare la spugna e che contava su di me per impostare la sua nuova Juve. Ebbe ragione. È un grande allenatore ed una grande persona, con una mirabile finezza psicologica. Non gli perdono solo di non avermi messo, sul Corriere, nella sua squadra ideale…”.

In questo suo elenco di allenatori non c’è Sacchi…

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Arrigo Sacchi ct ad Usa ’94

“No, non c’è. Sia chiaro: i risultati che ha ottenuto parlano a suo favore. Con lui, è noto, ho avuto disaccordi e scontri. Se ci ripenso ora devo dire che forse sbagliavo e che, comunque, per la nazionale bisognerebbe passare sopra a tutti i dissapori. Poi, quando ho fatto l’allenatore anche io, come tutti, ho imitato alcune delle sue innovazioni. Ma allora eravamo due galli in un pollaio. All’inizio mi amava. Poi però si accorse che io ero uno che faceva domande, uno che voleva capire, che doveva essere convinto da qualcosa in più di un ordine. Non credo che Sacchi amasse le domande”.

Torniamo alla Cremonese…

“Ero allenato da Mondonico. Che da poco aveva smesso di giocare. Per me era un idolo quando giocava. Andavo a vederlo allo stadio assieme a mio fratello. Era forte il “Mondo”, con i suoi dribbling. Poi mi prese Guido Vincenzi, che era stato terzino destro della Sampdoria. Un segno del destino. Fu lui a farmi esordire, a sedici anni, in Serie C e poi in B. Tornò Mondonico in grigiorosso, ad allenare la prima squadra, e questo mi aiutò, lui mi conosceva bene. Quando arrivammo in A fui ceduto alla Samp, per tre miliardi più Chiorri. Un bel salto, dai salami di Pizzighettone…”.

Il Doria era uno squadrone, a quei tempi…

“Vincemmo la Coppa Italia. Davanti c’eravamo il Mancio, Travor Francis ed io. Mica male. L’anno dopo non andammo benissimo e Bersellini fu sostituito da Boskov. E cominciò un ciclo bellissimo”.

Cosa vi mancò nel 1990 per vincere i Mondiali giocati in casa?

“Eravamo fortissimi. Tecnicamente e per talento i migliori. Solo che quando le forze, in un torneo breve, non ti sorreggono più, allora serve un gioco. E forse noi avevamo fatto fatica a metabolizzare quello che il ct Vicini, grande allenatore e persona squisita, ci voleva proporre. Ma non abbiamo mai perso una partita. Se devi uscire non vittorioso da un Mondiale questo è il modo migliore, in fondo. Eliminati in semifinale ai rigori”.

Molti suoi compagni di quella squadra, da me intervistati, hanno sostenuto che se quella partita si fosse giocata a Roma e non a Napoli, che in quel momento stravedeva per Maradona…

“Credo ci sia del vero. Diego era stato furbissimo, aveva blandito l’orgoglio dei napoletani. Aveva detto loro: “Oggi l’Italia vi chiede di essere italiani. Ma solo oggi, domani se ne dimenticherà. E tornerete ad essere esclusivamente i “napoletani”. In effetti c’era un clima irreale al ‘San Paolo’. Come un tifo timido, con riserva. Nello spogliatoio dopo la partita eravamo distrutti. Io che temevo di essere sul banco degli accusati perché rientravo al posto di Baggio, i miei compagni che avevano sbagliato i rigori… Avevamo perso il Mondiale in Italia, sapevamo che nella vita non ci sarebbe ricapitata una occasione così. Però i tifosi ci amavano e ci applaudirono. II presidente della Repubblica ci nominò anche Cavalieri. Se lei pensa che gli eroi di Italia-Germania 4-3 furono presi a pomodori…”.

Lei ha sempre voglia di vincere? La ricordo così, in campo

“Io non sono mai sceso sul rettangolo di gioco senza pensare di poter battere l’avversario. Mai, in tutta la mia vita. Sono stato fortunato. Con la Cremonese puntavo alla promozione, ed era possibile. Poi con la Samp allo scudetto, possibile anche quello. Con la Juve alla Champions e ce la facemmo. Erano squadre forti, con grande carattere. È diverso se scendi in campo sperando di non perdere. Giocare nella Juve per me e stato un grande onore. Ma io ho ricambiato faticando tanto, correndo tantissimo. Quando mi toglievo la maglietta, non importa se quella dell’allenamento o della partita, era sempre bagnata di sudore”.

vialli sampdoria
Vialli alla Sampdoria

In Italia ci sono stati, contemporaneamente, Vialli, Mancini, Schillaci, Baggio, Del Piero, Zola, Casiraghi, Beccalossi e poi Signori, Vieri e Pippo Inzaghi. Sicuramente dimentico qualcuno… Oggi la nostra nazionale fa fatica a trovare un centravanti di quel livello. Cosa è successo al calcio italiano?

“Noi eravamo figli della generazione dei tre stranieri e degli otto italiani. Secondo me è la formula giusta. Bisognerebbe trovare le compatibilità con le norme europee sulla libera circolazione del lavoro ma non c’è dubbio che il problema è rappresentato dal fatto che un ragazzo italiano fa grande fatica a trovare posto in prima squadra o ci arriva molto tardi. Se si punta sugli stranieri forti è un arricchimento, ma se invece ne arrivano a pacchi e non molto dotati soltanto perché ci sono ragioni altre, storie discutibili di affari e simili, allora non va bene. E, mi creda, è così almeno nel cinquanta per cento dei casi. Ed anche i tifosi dovrebbero aiutare, non innamorandosi dei nomi stranieri a prescindere dalla loro qualità ma coltivando il talento vero. Talento che in Italia è ancora tantissimo ma che non riesce a emergere.

Perché ha smesso di allenare?

“Le dico la verità. Il primo licenziamento, col Chelsea, mi ha fatto male. Non credo fosse meritato, visti i risultati. Col Watford invece insorsero ragioni di bilancio. Poi mi è arrivata l’offerta di Sky e ho pensato che fosse giusto provare a contribuire ad un diverso racconto dello sport. Se devo essere sincero oggi immagino per me più un ruolo manageriale, alla Boniperti”.

Lei, come tutti, tifa per il Leicester?

“Ranieri vincerà senza dubbio il premio come miglior allenatore della stagione. Se lo merita. Lui ha introdotto una grande accortezza tattica e ha dato fiducia a una squadra che si esprime al massimo delle sue possibilità. Claudio poi è fortissimo quando prende squadre che hanno aspettative basse. Le fa volare. Le grandi squadre inglesi in questo momento sono come quei ciclisti che si mettono in gruppo senza tirare, controllandosi reciprocamente, nella speranza che non vinca nessuno di loro. E le piccole si dicono che se ce la sta facendo il Leicester, che l’anno scorso lottava per non retrocedere, allora tutto e possibile. È un pò come fu con la mia Samp. Anche se devo ricordare di nuovo, per orgoglio blucerchiato, che noi l’anno dopo arrivammo in finale di Coppa dei Campioni. Io comunque spero sempre che un italiano, allenatore o giocatore, vinca”.

Lei è molto impegnato, con Massimo Mauro, nella fondazione che, in ricordo di Stefano Borgonovo, si impegna nella lotta alla Sla, una malattia che colpisce molti calciatori. Si è spiegato perché tanti suoi ex colleghi ne siano stati affetti?

“No, non è questo il compito di Massimo e mio. Noi raccogliamo fondi che trasferiamo alla ricerca ma non ci sostituiamo, non siamo medici o scienziati. Speriamo che la ricerca arrivi presto a dei risultati. Per ora si è capito che ci sono predisposizioni genetiche che vengono scatenate da fattori esterni. Possono essere traumi o sostanze chimiche nei campi da gioco (infatti la malattia colpisce anche molti agricoltori). Ma non è compito nostro. E non mi piacciono le semplificazioni. Non voglio che una mamma dica al figlio di non colpire di testa il pallone altrimenti si può ammalare di Sla. È già tutto cosi emotivo che se anche la scienza viene piegata alle reazioni più facili si fanno danni enormi. La scienza avanza, ma ha bisogno di mezzi. E noi cerchiamo di aiutare in questo senso”.

Cosa direbbe il primo giorno ai suoi giocatori se allenasse non la nazionale italiana ma una squadra di ragazzi di dodici anni?

“Che, giocando al calcio, si imparano tante cose, cose importanti nella vita. Il calcio aiuta a conoscere se stessi e gli altri. Insegna a condividere tutto, gioie e dolori. Con il calcio si impara a stare in squadra. Si apprende il valore dell’amicizia, perché quelli con i quali ti passi la palla da ragazzo resteranno con te per sempre. II calcio è una competizione gioiosa. II massimo ottenibile. Ma per vivere la gioia bisogna sacrificarsi. E meritarsela”.