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Praticare lo sport come attività lavorativa è un po’ un’isola felice. In particolare il “mestiere” del calciatore, da sempre visto come un mondo dorato fatto di soldi, divertimento, donne e alcool. Ci sono però dei problemi che anche la spensieratezza e l’apparente futilità del calcio non possono risolvere, storie senza lieto fine ed happy ending. La storia di Jonathan Bachini è, in tal senso, decisamente esplicativa di quanto vizi e debolezze possano pregiudicare un’esistenza apparentemente senza patemi. Oggi Bachini ha 43 anni e un futuro che non ritiene suo. Quando ne aveva 22, nel 1997, esordisce in Serie A con l’Udinese, club che lo ha allevato nelle sue giovanili e poi prestato (ad Alessandria e Juve Stabia) in attesa dell’avvenuta crescita. È un esterno di centrocampo con piedi discreti, ottima corsa e buona predisposizione al gol, non passa inosservato. Oltre all’esordio nella massima serie, Bachini colleziona 4 presenze nell’Under 21, senza reti all’attivo. L’anno successivo, il CT Zoff gli fa provare l’ebrezza dell’indossare la divisa più pesante di tutte: con la Nazionale Maggiore sono però solo 2 le presenze, contro la Svizzera e la rappresentativa World Stars. Non lascia il segno, ma la brevissima esperienza è sicuramente da aggiungere al curriculum.

Bachini e la grande occasione (fallita)

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Nel 1999, dopo 55 presenze e 6 reti, Bachini dice grazie all’Udinese e risponde alla chiamata di un’altra squadra bianconera, di differente caratura: la Juventus. È la grande occasione, ma l’agguerrita concorrenza frena di fatto le ambizioni di gloria del ragazzo livornese: in due anni soltanto 13 presenze e cessione inevitabile. Il club bianconero lo presta al Brescia (20 presenze, 2 gol) e poi lo inserisce come contropartita tecnica nell’operazione che porterà Buffon alla corte torinese.

Bachini è però solo di passaggio a Parma: il Brescia lo rivuole e il giocatore è pronto a sposare il progetto lombardo. Bachini trascorre 4 anni e mezzo nella nuova esperienza bresciana, con 55 presenze e 5 segnature: sembra essersi ritagliato il suo spazio. Dà il suo contributo da onesto mestierante. Non è la Nazionale, certo, ma le sue prestazioni sono spesso positive e tutto sembra andare per il meglio.

La dipendenza di Jonathan Bachini

Le tante voci di dissenso si rivelano fondate: il problema di Bachini è cosa seria, non lo si scopre certo oggi. Servono dedizione e volontà per uscirne, cose che sembrano mancare al livornese, trovato ancora positivo alla cocaina dopo un’altra gara con la Lazio. Ironie della sorte. La carriera da calciatore di Jonathan Bachini termina ufficialmente il 30 marzo 2006, con una radiazione e conseguente squalifica a vita. Sfortunatamente, il ragazzo nasconde un dramma personale che viene reso noto dopo il test antidoping post Brescia-Lazio del 23 Settembre 2004: Bachini viene trovato positivo ai metaboliti della cocaina. È l’inizio di un dramma sportivo ma, soprattutto, umano. Il giocatore viene squalificato il 26 Novembre dello stesso anno, per 9 mesi (squalifica aumentata poi a 12 mesi dalla CAF). In conseguenza di ciò, viene licenziato per giusta causa dalla società bresciana. Bachini cerca di risolvere il suo problema, che ha macchiato la sua immagine e quella del club che lo aveva tesserato. Durante la squalifica aspetta impaziente, con molti interrogativi sul futuro da calciatore. Per sua fortuna, qualcuno dimostra di voler ancora credere nel Jonathan Bachini calciatore e uomo: nel 2005, a sospensione terminata, il Siena prova a dargli fiducia ingaggiandolo nel dubbio generale.

Il presente di Bachini

Oggi Jonathan Bachini è un uomo che, a quanto sembra, si pensa abbia sconfitto i suoi cattivi demoni. Un uomo che è stato, bisogna dirlo, ingiustamente lasciato solo quando forse avrebbe avuto bisogno di essere aiutato. Vuole provare a fare l’allenatore, e ha chiesto ai vertici della FIGC la grazia, almeno momentaneamente negata. “Fanno allenare anche i pedofili e non me”, ha sbottato un paio d’anni fa in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera. Negli ultimi anni ha dato una mano ad alcune società dilettantistiche di Livorno, collaborando dall’esterno grazie ad alcuni amici e cercando di riavvicinarsi a quel mondo da cui è stato presto escluso.

Jonathan Bachini è anche, purtroppo, una delle tante scommesse perse. Non del calcio stavolta, ma della vita. Spesso in alcune interviste ha sostenuto di aver fatto del male solo a se stesso, non rendendosi però conto di aver danneggiato due interi sistemi: quello calcistico (nazionale) e quello familiare (personale, che lo ha visto poi coinvolto in altre grane giudiziarie, come alimenti non pagati alla prole). Jonathan Bachini è il limite che non avremmo mai dovuto superare. È l’errore che commettiamo più volte, ripromettendoci di aver finito. È anche, però, la speranza che una nuova possibilità non la si neghi davvero a nessuno.