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francia campione del mondo

Per i figli della Patria, il giorno di gloria è arrivato. Ancora, vent’anni dopo. Oggi come allora, la Francia che trionfa è multietnica, connubio fra bianco e nero, dimostrazione – l’ennesima – che l’integrazione (anche se sui modi si potrebbe disquisire a lungo, ma oggi teniamoci semplicemente il messaggio…) alla lunga diventa sempre una risorsa.

Vent’anni fa fu un gruppo all’apice, che riuscì a trascinarsi a vincere anche l’Europeo successivo ma che raggiungeva il culmine del proprio splendore. Oggi la sensazione è che sia solo l’inizio, un inizio tardivo perché senza il black out di due anni fa questo sarebbe già un ciclo bello e buono. Invece è un’apertura, in tutti i sensi. Messaggio profondo e importante, ed è quello che deve emergere alla fine di un Campionato del Mondo. Specialmente questo, di questi tempi.

Una Francia dal senso pratico

Una Francia efficace, intelligente, senza l’estetica e la grandeur di quella di Jacquet ma che nel suo percorso ha saputo sgrassarsi da certe pericolose frivolezze per impregnarsi del senso pratico di Didier Deschamps, diventando più spietata che bella, più forte che brillante.

Semplicemente, la squadra di Deschamps, il trait d’union fra il 1998 e il 2018, un CT che ha sicuramente avuto le stelle dalla sua parte nei momenti determinanti, ma che altrettanto certamente ha costruito questo gruppo operando scelte difficili però corrette.

Lo ha plasmato facendolo crescere di partita in partita, dandogli le armi per poter vincere contro i migliori difensori (Uruguay), contro i migliori attaccanti (Belgio) e infine contro il miglior gruppo, una Croazia che anche in una finale giocata indiscutibilmente meglio rispetto a chi l’ha vinta, ha dato una dimostrazione che deve rimanere al di là del risultato: che con l’unità, la convinzione, anche con una buona dose di talento ma soprattutto con i principi di gioco, si arriva lontano. Non ancora così lontano da prendersi la gloria eterna o una vendetta che forse i croati avrebbero addirittura meritato: per quella, serviva essere più forti, e in fin dei conti i più forti erano i francesi. Però abbastanza lontano per far vedere a tutti che arrivare secondi ad un Mondiale vuol dire essere stati migliori di tutte le altre Nazionali del mondo tranne una, non il mero aver perso l’ultima partita.

Gli uomini della Francia

La gloria invece è per la Francia. La Francia di Mbappé, in gol in una finale dei Mondiali prima dei vent’anni come Pelé, il teenager che in questo mese ha aperto la porta sul calcio del futuro, fatto di velocità vertiginose, presenza nei momenti determinanti, e l’immagine esteriore che arriva sempre prima di tutto il resto. Piaccia o no, è già così, e in futuro lo sarà sempre di più.

Ma il presente è di chi alle dinamiche dell’ipermoderno sa ancora abbinare ideali antichi. Quelli della vera stella dei Campioni del Mondo, il giocatore che da Russia 2018 deve uscire obbligatoriamente come primo candidato al Pallone d’Oro: Antoine Griezmann, il leader che trascina, il più decisivo sia per numeri che per gesti. Il più forte fra i più forti.

Uno che si è messo al centro della squadra per poterla guidare meglio, senza capricci da primadonna ma con la piena e ferma volontà di essere davvero il protagonista. Uno che ha detto no all’appeal del Barcellona per restare nella famiglia dell’Atletico. Uno che pur non essendo mai stato in Uruguay si sente charrua fino al midollo. Questione di valori, questione di profondità. Questione di superiorità.

E poi è stata la Francia di Lloris, che proprio all’ultimo ha voluto allinearsi al Mondiale dei portieri horror ma che prima ci ha messo tanto, tantissimo del suo per costruire questa storia.

La Francia dei due colossi d’ebano Varane e Umtiti, muri difensivi e torri d’assalto allo stesso tempo.

La Francia dei parvenu Pavard e Lucas, due che prima dell’inizio di Russia 2018 non avevano mai giocato una partita competitiva in Nazionale maggiore e che hanno finito per essere protagonisti totali, ricordare per credere il gol del numero 2 all’Argentina in un momento che ha rappresentato il bivio più importante della campagna francese.

La Francia di Matuidi e Giroud, ai quali è bastato subentrare nella prima partita per dimostrare al CT di meritarsi il posto da titolari indiscutibili.

La Francia di Kanté, che ha steccato l’appuntamento conclusivo ma che ha costruito mattone dopo mattone l’impalcatura che ha permesso a tutto il gruppo di arrivarci.

E, dulcis in fundo, la Francia di Pogba. Finalmente Paul Pogba. Fotografia della crescita e del miglioramento fatto da tutta la squadra nel mese più importante del quadriennio. Partito con la mollezza che gli è spesso stata imputata nelle ultime due stagioni, arrivato con la tensione del campione, tirato come la corda di un arco da cui è partita la freccia che ha iniziato a far sanguinare definitivamente il cuore della Croazia.

Una Coppa del Mondo bellissima

La Francia dei suoi figli multietnici e sparpagliati per il mondo. Enfants de la Patrie, bianchi e neri, tutti insieme, che hanno elevato lo stendardo. La Marsigliese, il canto di guerra che unisce tutti i francesi, ha riecheggiato fra le mura di Mosca. Pacificamente, e in fin dei conti meritatamente.

Grazie al calcio. Grazie a una Coppa del Mondo bellissima, che ci ha portato novità epocali e ridato gusti antichi, che ci ha mostrato il futuro e ci ha restituito il passato. Che ha iscritto nel libro dei record un quasi ventenne come Mbappé e un quarantacinquenne come El-Hadari, che ha premiato il modernismo tattico di Martinez e la saggia maestria di Tabarez.

Che ci ha dato tutto quello che potevamo chiedere: spettacolo e pathos, sorprese e verdetti giusti. Un successo, è il caso di dirlo, mondiale.

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Stefano Borghi, pavese classe ’82, ama le squadre di calcio con una tradizione e una bella maglia, oltre che le chitarre ruvide e le cene di qualità. Di professione fa il telecronista: gli piace raccontare storie vere e prova a tirarle fuori dall’ordinario, guardando più al contenuto che all’involucro. Oggi lavora per Fox Sports ed è la voce della Liga spagnola