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“Ponelo a Armani, si quieres salir campeon”. Così cantavano i 45 mila tifosi del Monumental, durante il secondo tempo del clàsico contro il San Lorenzo. “Para Armani, la Seleccion”. Quasi una litania, un ritornello laico, pronunciato dal momento dell’ingresso in campo delle due squadre. Ma quella dei tifosi del River Plate non è la sola preghiera di questa storia. Perché la favola di Franco Armanil’arquero-estrella del fútbol argentino, sembra uscita dalla penna di Gabriel Garcia Marquez e mette insieme vivi e morti, angeli e fantasmi, lacrime e profezie.

Franco Armani, la notte dove tutto cambia…e la profezia

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Nato a Casilda, nella provincia di Santa Fe, Armani inizia a giocare con l’Estudiantes de la Plata e con il Ferro Carril Oeste, squadra del barrio Caballito di Buenos Aires. Poi il passaggio al Deportivo Merlo, sempre in Primera B Nacional, e la decisione di lasciare l’Argentina per cercare fortuna in Colombia. Cuore e guantoni in fuga, verso l’Atletico Nacional. Ma anche qui le cose non vanno benissimo. Davanti a lui c’è un mostro sacro, Gaston Pezzutti, un altro argentino. Armani accetta il ruolo di gregario, di suplente, si accomoda in panchina e aspetta il suo momento.

Sembra essere quello il suo destino: all’Estudiantes il titolare era Mariano Andujar, al Ferro giocò appena tre partite. “Non avevo soldi nè per l’affitto nè per comprare un’auto”. Il suo momento arriva nel 2012. È il 18 luglio quando Armani comunica al suo allenatore, Juan Osorio, la decisione di tornare in Argentina, al Deportivo Merlo. Troppa panchina, troppe delusioni. “Sembravo un turista”. La notte del 19 luglio è la notte dove tutto cambia: nella partita contro il Junior de Barranquilla, Gaston Pezzutti si spezza il ginocchio. Armani entra all’11esimo del primo tempo, passano appena venti minuti e si rompe il legamento crociato.

Sembra la fine perché il portiere non si muove più, non ha la forza di fare fisioterapia, non vuole guarire. Il calcio sembra dargli più preoccupazioni e dolori che gioie. Franco inizia a pensare di smettere e più che al campo di allenamento inizia ad andare in chiesa. Sulle sue ginocchia, insieme alle cicatrici dell’operazione ci sono i calli di chi ha pregato tanto e non ha mai avuto. Qui trova il suo rifugio, il suo luogo sicuro, finchè un giorno qualcuno gli suggerisce di andare a Medellin, a fare visita ad una sensitiva, una canalizadora de angeles.

La voce con cui gli parlerà, durante quell’incontro, era la stessa di sua nonna, morta poco tempo prima: “Franco, sta cambiando tutto per te nel calcio. A 28-29 anni troverai la gloria”. Dal 2013 diventa il titolare dell’Atletico Nacional, 11 titoli vinti, che lo rendono il calciatore de los verdolagas più vincente di sempre, con tanto di Copa Libertadores nel 2016 e Recopa Sudamericana l’anno successivo. Un simbolo, una bandiera del Gigante della Montagna.

Il River Plate e la chiamata dell’Argentina

Così lo scorso gennaio, quando Franco Armani prese la decisione di tornare in patria per raccogliere la chiamata del River, migliaia di tifosi hanno riempito lo stadio Atanasio Girardot per tributare il loro ringraziamento. Quel giorno, sotto la scritta a caratteri cubitali “Il più grande di tutti”, c’era un altro pezzo di storia del Nacional, Renè Higuita: “Ho sempre visto in te umiltà, buone maniere, carisma. Avevi uno scudo biancoverde nel cuore. Sei una persona integra, Franco, un esempio da seguire e mia nonna ha detto bene: alla gente buona succedono cose buone”.

Dopo le lacrime, la gioia: la maglia dei millionarios, la squadra che tifava da bambino. Porta serrata in 12 delle 20 partite giocate con il River Plate. “È un mostro, sembra che non riuscirai a segnare quando lo guardi negli occhi” dice il centrocampista del San Lorenzo, Gabril Gudino. Gli stessi occhi che hanno stregato i compagni di squadra, di cui è diventato un punto di riferimento in appena cinque mesi. Gli stessi occhi che hanno rifiutato le proposte di Josè Pekerman, ct della Colombia che aveva provato a naturalizzarlo, e degli intermediari della Juventus, che lo avevano tentato con un’avventura europea.

“Perché sono portiere? – si chiedeva Franco Armani qualche mese fa – Perché solo i portieri sono la combinazione perfetta tra calcolo, abilità e aggressività”. E delle tante preghiere fatte, anche quella del Monumental è stata esaudita. Jorge Sampaoli, dopo Caballero e Romero, per i Mondiali di Russia ha chiamato lui, che di presenze con l’Argentina ne ha zero, ma in stagione 35. Più del doppio dei suoi colleghi. E la profezia parlava chiaro: “Per te, Franco, sta cambiando tutto nel calcio…”.

di Lamberto Rinaldi