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Croazia-Inghilterra
Che partita Croazia-Inghilterra: i balcanici rimontano i britannici e vanno in finale con la Francia

La degna conclusione di un Mondiale che ha stupito e ribaltato le previsioni dall’inizio alla fine. Chi avrebbe mai pensato un mese fa che saremmo arrivati qui, a Francia-Croazia, alla rivincita di una delle partite più iconiche degli anni ’90, che vent’anni fa significava l’accesso alla finale e che domenica invece metterà direttamente in palio la coppa.

Sarà una finale bella, molto densa e probabilmente assai tirata. Perché se la Francia ha rispettato (almeno lei) i gradi di protagonista, quel che ha fatto la Croazia è stato in qualche modo simile anche se formalmente diverso: ha rispettato la propria tradizione, e lo si è visto anche nell’infinita partita che ha spento il sogno degli inglesi di riportare il football a casa dopo oltre mezzo secolo.

Inghilterra e la fisiologica immaturità

Se lo sono quasi spento da soli, nel momento in cui Harry Kane, il capitano, il totem, il capocannoniere dei Mondiali, si è scontrato contro Subasic e contro il palo, mancando quello che sarebbe stato probabilmente il colpo del ko già a metà del primo tempo. Perché dopo la punizione capolavoro di Trippier, dopo aver ancora una volta mostrato un gioco che promette futuro e prospettive, in quel momento l’Inghilterra ha incontrato quella che è ancora una fisiologica immaturità, che non toglie nulla al grande lavoro fatto per ritornare in semifinale dopo anni di magre figure e nemmeno l’impressione che i tempi a venire saranno molto interessanti per il calcio di Sua Maestà. Ma il momento non è ancora questo. Questo è il momento della Croazia.

Croazia che oggi vede personificate tutte le sue caratteristiche più tipiche nel giocatore che in questa semifinale ha fatto la differenza: Ivan Perisic. Che come da tradizione del movimento calcistico che rappresenta a volte langue, persino indispone, ma poi riesce ad abbagliare a puro talento. Così ha fatto, ribaltando completamente la sfida andando ad attaccare con convinzione un Walker ancora una volta fallace nel compito più difficile per un difensore adattato: leggere in anticipo i movimenti dell’avversario e marcarlo in modo efficace.

Ma il seppur evidente errore del laterale del Manchester City non toglie nemmeno un grammo di straordinarietà alla zampata di Perisic, alla meravigliosa mostra del potenziale tecnico che incontra l’elasticità atletica. Un gol da sogno che ha prolungato il sogno, e di Perisic – dopo un palo che avrebbe potuto chiudere i discorsi prima del novantesimo – è stata anche la sponda, di cuore più che di testa, che ha spalancato il portone della gloria a un Mandzukic che a sua volta si è allineato allo stereotipo del calciatore balcanico: oltre cento minuti negativi e un lampo chirurgico, decisivo in quello più importante.

Croazia stanca, ma si trova di fronte alla storia

Poi, quando a dirigere le operazioni hai un professore accademico come Modric e un archistar come Rakitic, allora non ci si deve stupire se la gestione della partita tramite il possesso palla è una garanzia, e infatti per ritrovare una partita persa dalla Croazia dopo essere stata in vantaggio bisogna addirittura tornare al Novembre del 2014, a un’amichevole contro l’Argentina nella quale – in ogni caso – non giocavano né l’uno né l’altro.

La Croazia arriva alla finale stanca, stanchissima perché una squadra esperta ma con una rosa molto corta si ritrova ad aver giocato centoventi minuti per tre volte in undici giorni. Però è anche una Croazia che si trova di fronte alla storia, dentro la sua storia. Con una vendetta da consumare, con un’occasione ancora più grande di quella di vent’anni fa. Forse addirittura con una squadra ancora più forte, ma su questo si può discutere. Ciò che invece è indiscutibile, è che domenica, a Mosca, avremo una grande finale.