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Giroud e Umtiti
Fonte Foto: https://twitter.com/MaliseOtoo

Nell’estate dell’impossibile che diventa possibile, nel giorno in cui è arrivata la certezza che la Serie A –  a dieci anni di distanza dall’ultima volta – ospiterà sui propri campi il Pallone d’Oro in carica, quantomeno qualcosa di preventivato si verifica: la Francia è la prima finalista del Mondiale, l’unica delle favorite designate ad essere arrivata fino in fondo.

Manca l’ultimo passo, un passo non da poco soprattutto se si ricorda quanto successo due anni fa all’Europeo (e da quelle parti se lo ricordano molto bene…), però alla vigilia dei novanta minuti più importanti degli ultimi vent’anni di calcio francese, les Bleus hanno dato una dimostrazione che rimarrà anche al netto del risultato della finale: questa è la Nazionale più forte che ci sia in giro, oltretutto con un’età media che le permette di pensare a un ciclo e non solo a un trionfo. Anche se, a questo punto, la truppa di Deschamps si ritrova con la pressione di avere il dovere di aprirlo, perché un altro scivolone sul traguardo sarebbe intollerabile.

Francia: la Nazionale più forte dei Mondiali

Giroud e Umtiti
Fonte Foto: https://twitter.com/MaliseOtoo

Il livello pazzesco della Francia è dato dall’incredibile “quantità di qualità” a disposizione, dalla profondità sconfinata del serbatoio da cui attingere, ma soprattutto – in questo caso specifico – dal tasso di crescita che questa squadra ha mostrato dalla prima partita, giocata e vinta stentatamente contro l’Australia, all’ultima, preparata, gestita, concretizzata e portata a casa contro un Belgio di altissimo valore.

Un Belgio che si ferma solo per il momento, perché i Diavoli Rossi hanno perso il presente, ma in questa avventura mondiale hanno guadagnato il futuro: il catalano Roberto Martinez – che definire un “mini Guardiola” è stucchevolmente superficiale – non solo ci ha mostrato la squadra esteticamente più bella di questa rassegna, ma ha anche certificato la definitiva sepoltura dei moduli tattici per come ci si ostina ancora a presentarli, ovvero sotto forma di formule numeriche che servono solo per fare dei disegni.

Mentre il calcio di oggi è molto più movimento che non posizione, nel senso che le posizioni vengono definite dal moto dei giocatori a seconda dei momenti e delle situazioni: contro la Francia il Belgio aveva la difesa a tre in fase di possesso e si piazzava a quattro quando veniva attaccato, faceva partire Hazard a sinistra ma poi lo si ritrovava ovunque bisognasse far scaturire una scintilla, aveva organizzato una mediana in cui Fellaini avrebbe dovuto fare una sorta di pendolo centrale mentre a Witsel e Dembelé spettava in compito di battere strategicamente gli intermedi mascherati della Francia. E qui il Belgio ha perso la sfida, perché di fronte ha trovato una squadra sicuramente meno alchemica e forse meno innovativa, ma senza alcun dubbio non meno organizzata. E probabilmente più pronta.

Questa Francia non è solo talento e abbondanza, è anche maturità e strategia: si è visto chiaramente in una semifinale durissima, in cui ha costruito un piano perfetto e ha saputo metterlo in pratica con la sagacia dei grandi.

Deschamps ha deciso di partire lasciando la palla al Belgio per negargli il terribile contropiede che aveva fatto a fette il Brasile nei quarti di finale: ha rischiato qualcosa sulle arabescate e travolgenti evoluzioni di un Hazard che si candida ad essere uno dei più credibili sostituti di CR7 a Madrid, però si è trattato di un rischio inferiore rispetto a quello che avrebbe corso cercando di colpire subito.

Strategia perfetta, come quella che gli ha permesso ancora una volta di indirizzare il match su palla inattiva, sfruttando l’immane forza aerea dei suoi centrali (nei quarti Varane, ieri Umtiti) che poi hanno anche dimostrato di essere qualcosa di più, anzi decisamente di più dei semplici partner di Ramos e Piqué nei rispettivi club, perché i loro posizionamenti impeccabili sono stati la base che ha permesso a una squadra organizzata e sincronizzata di schermare tutte le vibranti mosse di un Belgio che si è arreso solo al fischio finale.

Francia, il segreto è l’umiltà di Deschamps

Didier Deschamps
Fonte Foto: https://twitter.com/fanatikcomtr

Menzione onorevole e doverosa per Didier Deschamps, un tecnico al quale viene sempre mosso qualche appunto ma che in realtà dalla panchina fa la stessa cosa che ha sempre fatto in campo, ovvero lavorare umilmente e silenziosamente per mettere a sistema i campioni che lo circondano.

Oggi il suo gioiello da prima pagina è Mbappé, che di partita in partita risplende sempre più fra fiammate incendiarie e finissime delicatezze, ma che deve subito imparare a non vivere guardando lo specchio, bensì bramando la gloria.

L’esempio perfetto ce l’ha di fianco, perché – oltre a un Kanté monumentale – il vero top player di questa squadra rimane Antoine Griezmann, uno che è nato facendo l’esterno d’attacco, si è consacrato segnando gol a raffica e ora, a ventisette anni, ha raggiunto lo straordinario picco della maturità fungendo da motore delle squadre che rappresenta. Un propulsore che non solo ha sempre i numeri migliori (tre reti e due assist in questa Coppa del Mondo, nessuno ha partecipato a più gol nella rosa dei galletti) ma ha anche il carisma per fare sempre il movimento giusto, la giocata più intelligente, la scelta più determinante.

E se a Madrid ieri si è ammainata la bandiera di CR7, quella di GR7 invece continuerà a garrire alta sui pennoni dei colchoneros. E se dovesse farlo anche domenica al Luzhniki, la Liga avrebbe tutti gli argomenti per rimettersi in casa quel Pallone d’Oro che adesso la guarda dall’Italia.