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Brasile eliminato, un fallimento insopportabile per Neymar

Una samba triste è l’ossimoro più forte della cultura brasiliana, specialmente quando la si ascolta in riva all’Oceano. È stato lì, nelle spiagge di Santos, che Neymar Jr ha scelto di esiliarsi da febbraio a maggio per recuperare dall’infortunio al piede e riscaldare cuore e corpo lontano dal freddo grigiore parigino. L’obiettivo era chiaro: preparare al meglio il Mondiale di Russia, sul quale puntava molto. A 26 anni, età della maturità fisica e calcistica, era il suo Mondiale.

Trascinatore della Seleçao all’edizione del 2014 ma bloccato da un infortunio e poi spettatore dell’indimenticabile 1-7 contro la Germania, il numero 10 del PSG si giocava tutte le sue fiches al tavolo verde russo adesso. Eppure il fiume della sua carriera non fluiva limpido e sereno. E la sua tenuta mentale nell’appuntamento mondiale lo ha rivelato. Nervoso, contratto ed ansioso, Neymar si dedicava prima di tutto a lamentarsi ed a provocare gli avversari che a giocare.

Neymar, il fallimento di un anno intero

Schiavo del suo ruolo scomodo di erede di tanti 10 verdeoro, l’ex Barcellona giocava come un bambino invece di farlo come un uomo. Le ramanzine di Thiago Silva e Marcelo sono servite a poco. E chissà che la mancanza di Dani Alves, oltre che dal punto di vista tecnico, non sia stata cruciale in relazione alla tranquillità di O’Ney, che con il terzino destro ha un rapporto cristallino.

L’allegria si è trasformata in rabbia ed impotenza quando il suo compagno di club, il belga Meunier, ne rintuzzava quasi tutti gli attacchi. Esattamente un anno fa, dopo il matrimonio del suo amico Lionel Messi, il brasiliano preparava le valigie e dava vita alla più intricata e costosa operazione di calciomercato di sempre. La sua voglia di allontanarsi dall’ombra proprio di Messi per prendere le redini di una squadra emergente a livello europeo come il PSG lo spingeva a cercare indipendenza e maturità calcistica.

O’Ney ha anteposto se stesso al collettivo

Un talento come il suo illuminava la Ligue 1 di luce propria. La vittoria per 3-0 contro il Bayern Monaco nella prima giornata di Champions League sembrava essere il migliore inizio possibile in terra di Francia. Poi, improvvisamente, gli screzi con Cavani, le mancate trasferte in provincia ed il rendersi conto che il campionato francese non offriva continuità di stimoli e di allenamento ad alto livello fecero incupire il brasiliano.

Il bizzoso numero 10 sudamericano ad un certo punto ha scelto personalmente di prediligere gli incontri di Champions League in ottica Mondiali. Da solo sceglieva le partite da giocare e centellinava i suoi minuti. Fino a quando la lesione al piede contro l’Olympique Marsiglia – uno dei pochi match di campionato che per lui valeva la pena giocare – lo aveva costretto a fermarsi del tutto. Sembrava la miglior scusa per confezionare un Mondiale perfetto, per arrivarci tirato a lucido e con l’entusiasmo giusto.

Dal sogno all’incubo

Ma una stagione intera a ritmi ridotti, con l’ansia di chi deve dimostrare al mondo di poter trascinare sulle proprie spalle le aspettative ed i sogni di 200 milioni di persone hanno finito per falcidiare lo spirito ed il modo di giocare di chi un anno fa metteva l’ambizione personale davanti a quella collettiva. Le sue lacrime contro la Costa Rica lo avevano liberato. La sua parabola a questa Coppa del Mondo era in crescendo. Era finalmente arrivato il momento di dimostrare quanto Neymar fosse maturato. Eppure sul più bello l’erede di Pelé è inciampato. Corroso da un nervosismo costante e dalla pressione di una Coppa tanto sognata che è finita per diventare un’ossessione ed ora qualcosa di irraggiungibile, almeno per i prossimi 4 anni. Insomma, un incubo. Dal quale non sarà semplice risvegliarsi.