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griezmann mate

Varie volte al giorno Luis Suarez e Antoine Griezmann condividono un rituale, quello della cebadura del mate. L’erba più amata in tutta la zona del Río de la Plata è l’equivalente del tè per gli inglesi ma in quel di Montevideo assume i connotati di qualcosa di molto più irrinunciabile rispetto alla più caotica Buenos Aires. E se il numero 9 del Barcellona lo ha nel sangue da piccolo, il numero 7 dell’Atletico Madrid è stato contagiato da questa mania meno di 10 anni fa. La sua amicizia con Carlos Bueno, attaccante uruguaiano della Real Sociedad, lo aiutò a scoprire questa bevanda che oggi è per lui tradizionale. Tanto che in molti lo etichettano già come il più uruguaiano dei meno uruguaiani, mentre altri lo scoprono spesso in labiali di sfogo nei quali non si rivelano propriamente dei francesismi, in tutti i sensi.

Lo scontro di oggi tra Francia e Uruguay non è solo un quarto di finale di un mondiale. È anche la sfida del numero 7 transalpino alla sua cultura d’adozione. Qualcosa che ha già riscaldato l’ambiente prepartita. Suarez, che sarà il principale punto di forza dei charrúa dato il sicuro forfait di Edinson Cavani, ha in qualche modo ammonito il suo futuro rivale in campo: “per quanto dica di essere per metà uruguaiano, è francese e non sa quale sia il sentimento uruguaiano. Avrà anche i suoi costumi e il modo di parlare uruguaiano, ma noi lo sentiamo diversamente”. Oltre a marcare il territorio, il numero 9 della Celeste ha inasprito fin da subito un duello nel duello inasprito non solo dalla posta in palio ma anche dalla decisione del francese di rifiutare la corte del Barcellona e restare all’Atletico Madrid.

Griezmann e Suarez, un mentore in comune

Mate a parte, Griezmann e Suarez hanno molto più in comune di quanto non si possa pensare. Entrambi sono stati messi al mondo calcisticamente da Martín Lasarte, allenatore uruguaiano prima al Nacional Montevideo e poi alla Real Sociedad. Il tecnico di Montevideo è stato il detonatore di entrambe le straordinarie carriere dei due rivali di oggi, ai quali si rimettono i compagni di squadra per rompere la barriera e presentarsi in semifinale.

Suarez, dal carattere ribelle e irriverente, era nella seconda squadra del Nacional quando, nel marzo 2005 Lasarte, cui mancavano effettivi in prima squadra, chiese al tecnico delle giovanili Ricardo Perdomo chi avrebbe potuto promuovere per gli allenamenti. La risposta fu immediata: “Suarez”. Il diciannovenne di Salto si fece immediatamente riconoscere in una sessione di punizioni con il portiere titolare Veira, al quale fece un gol a pallonetto rischiando una reazione rabbiosa. Dopo cinque partite a secco e gli insulti del pubblico, uno scatto di orgoglio lo sbloccò e dopo il primo gol ne arrivarono tanti che il salto in Europa, dove viveva la sua promessa sposa Sofia, avvenne pochi mesi dopo.

Il caso di Griezmann fu diverso. Da molti giudicato troppo gracile, il francesino che faceva la spola tra San Sebastian e il paese basco francese venne promosso in prima squadra da Lasarte nel 2009-10, anno della promozione in Primera División, a 18 anni e cinque mesi. Anche in quel caso il tecnico uruguaiano ci aveva visto lungo. E oggi con ogni probabilità, nonostante canterà l’inno del suo paese, sentirà l’orgoglio pulsare nel cuore ogni qual volta uno dei due fenomeni che lanciò nel vuoto vorrà confermarsi nel firmamento più prestigioso, quello del mondiale.