SHARE
de bruyne

Pensare ai Mondiali come all’università del calcio aiuta a comprendere meglio il motivo per il quale la più importante manifestazione sportiva dopo le Olimpiadi, sia così attesa da addetti ai lavori e appassionati. Vedere all’opera con le rispettive nazionali i migliori interpreti del ruolo è qualcosa di impagabile per gli amanti del genere calcistico, gli stessi pronti a sottolineare con occhio critico  le prestazioni sottotono di alcuni giocatori, ben al di sotto dei propri standard abituali. Il caso di Kevin De Bruyne è emblematico in questo senso, visto che fino ad ora la versione russa del gioiello belga, è stata solo la copia sbiadita dell’originale, ammirata in tutta la sua bellezza nell’ultima stagione con il Manchester City.

Il deludente Mondiale di De Bruyne

Tra i pupilli di Guardiola, il tecnico che più di ogni altro è stato capace di valorizzarlo in rapporto al potenziale solo parzialmente espresso fino a quel momento, il belga ha recitato la parte del  protagonista nella splendida stagione dei Citizens. La conquista della Premier League è stato soltanto il punto più alto di un percorso di crescita che ha conquistato l’apprezzamento dei più accaniti oppositori del gioco proposto dall’ex allenatore di Barcellona e Bayern Monaco, per alcuni troppo improntato alla bellezza estetica a discapito della concretezza. Mezzala di qualità devastante negli spazi, De Bruyne ha disputato la sua miglior stagione in carriera, mettendo a referto 12 reti e 21 assist in 52 presenze complessive. Numeri da capogiro, cui si è unita la capacità di risultare decisivo nell’economia di diverse partite, caratteristica che spesso in passato aveva rappresentato un limite sulla strada della definitiva consacrazione.

Eppure nel Belgio proposto da Roberto Martinez, il classe ’91 non è riuscito a esprimersi al massimo, costretto in una posizione di campo che fatica digerire e che evidentemente non gli appartiene. Il 3-4-3 dei Diavoli Rossi è al tempo stesso un modulo spettacolare e spregiudicato, soprattutto per il lavoro cui sono chiamati i due mediani, Fellaini e appunto De Bruyne. Più portati a creare gioco, che alla fase di contenimento, appaiono quelli più in difficoltà con questo sistema, lo stesso che quasi certamente il tecnico spagnolo proporrà anche nella sfida dei quarti di finale con il Brasile. Il rischio di non godersi tutto il meglio del repertorio a disposizione di un giocatore delle sue qualità è dunque concreto ma non scoraggia l’ex allenatore dell’Everton, convinto del fatto che prima o poi il vero De Bruyne possa tornare a illuminare la scena come con il suo club.

A sprazzi verso la definitiva consacrazione

In ogni caso fa affetto pensare che uno tra i migliori reparti di centrocampo del calcio europeo – composto da De Bruyne, Gundogan, Fernandinho e David Silva – abbia incontrato così tante difficoltà nel corso di questo Mondiale. Probabilmente l’aspetto fisico ha pesato più di ogni altra componente sul rendimento non brillante di quei giocatori chiamati agli straordinari al culmine di una stagione lunga e dispendiosa sotto tutti i punti di vista, ma il fatto che riguardi elementi del Manchester City, resta una casualità sulla quale riflettere. Intermittente e discontinuo, il vero De Bruyne si è visto solo a sprazzi, come in occasione della rete che ha consentito al Belgio di battere il Giappone proprio allo scadere. Un contropiede perfetto, condotto in 9.35 secondi e ispirato dal micidiale strappo palla al piede della flamme rouge, senza dubbio la cosa migliore del suo Mondiale. Quattro anni fa in Brasile, il Belgio si era arreso all’Argentina ai quarti di finale, mostrandosi ancora troppo acerbo per puntare al successo finale. Migliorarsi equivarrebbe ad alzare definitivamente l’asticella delle ambizioni, il sottile confine che divide tra una buona squadra da una grande squadra, lo stesso che De Bruyne dovrà varcare per essere finalmente considerato un campione a tutti gli effetti.