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calcio modello tedesco

Il progetto tedesco è uno dei più forti “trending topic” di questo inizio d’estate italiana. Anzi, in ambito calcistico possiamo dire dell’estate mondiale, visto che la Germania ha sbaragliato il campo a tutti i livelli, dando una dimostrazione di benessere impressionante se si considera che le conquiste di Confederations Cup ed Europeo Under21 sono arrivate scegliendo di presentare in entrambe le manifestazioni delle formazioni alternative. Il calcio tedesco continua a crescere in modo velocissimo, attirando quel misto di ammirazione e invidia che suscita quando si riesce ad offrire un prodotto bello, vincente e redditizio sul piano economico. Un movimento che fa esultare chi vuole i risultati (la gente di Germania), che piace sempre di più a chi lo analizza (gli osservatori esterni) e che vince anche in tema di business. Un modello, ma anche un nuovo settore sia economico che sociale, visto che la trasformazione attuata è riuscita addirittura a creare una nuova cultura: nel calcio, instaurando una concezione completamente innovativa, ma anche in una società che ha trasformato la necessità della multiculturalità in una grandiosa risorsa e ha sfruttato l’esigenza di un cambiamento facendone l’occasione per formare nuovi posti di lavoro e nuove prospettive. Un sogno dalle nostre parti. O meglio: un rimpianto. Perché quello che è stato costruito in Germania, l’Italia avrebbe potuto farlo con un decennio abbondante di anticipo. Nel momento in cui tutto stava cambiando e in cui si poteva (doveva) bruciare la concorrenza sul tempo. Più o meno quello che ha fatto la Premier League all’alba degli anni ’90, preparandosi a diventare la più grande potenza economica del mondo calcistico. L’Italia poteva anticipare anche gli inglesi, quando le venne assegnata l’organizzazione del Mondiale del 1990. Invece ha fatto quel che ha fatto. E ora – si spera almeno questo – può solo pensare di prendere ispirazione dai tedeschi per invertire la situazione di crisi.

Il modello di calcio in Germania

mattheus germania 2000

Il rilancio della Germania nasce nel momento in cui il fußball era sull’orlo del baratro, poco più di quindici anni fa. Nel 2000, infatti, la Germania si presentava all’Europeo di Belgio e Olanda con i gradi di campione in carica, ma anche con la consapevolezza di essere molto lontana dal trionfo di quattro anni prima: il risultato fu una deprimente eliminazione al primo turno, con un solo punto fatto (l’1-1 con la Romania strappato in rimonta da Scholl) e due lezioni prese da Inghilterra e Portogallo, quest’ultimo in grado di vincere 3-0 schierando le riserve, visto che i lusitani avevano già ottenuto l’aritmetica qualificazione ai quarti di finale. La Nazionale di Erik Ribbeck, che nel suo biennio in carica è stato il più vecchio CT mai nominato dalla DFB e il peggiore – sul piano dei risultati – nella storia tedesca con il 41.67% dei punti conquistati, era talmente povera di alternative nuove che fu costretta a riaffidarsi al trentanovenne Lothar Matthäus. Ma il vero punto di svolta arrivò due anni dopo. Non di certo per la finale mondiale raggiunta in Corea e Giappone (fu una conquista episodica in un Campionato del Mondo “particolarissimo”, e infatti nell’Europeo 2004 i risultati della Nationalmannschaft furono di nuovo neri), quanto perché nell’Aprile del 2002 il Tribunale di Monaco di Baviera sancì il fallimento più grande della storia tedesca, quello dell‘impero facente capo al magnate dell’editoria Leo Kirch, un gruppo da diecimila dipendenti che crollò schiacciato da un debito quantificato in quasi dieci miliardi di euro, e che lasciò la Bundesliga senza la sua principale, per non dire unica, fonte di sostentamento: i proventi da diritti televisivi. Poteva essere il punto di non ritorno, ma l’intervento era già cominciato e l’attore principale si configurava nella Federazione, che ha preso le redini del movimento decidendo di rivoluzionarlo in profondità: le società avrebbero dovuto occuparsi della propria gestione seguendo parametri e regole precise, ma il calcio tedesco sarebbe diventato affare della Deutscher Fußball-Bund. Per accelerare i tempi, fu determinante l’assegnazione dell’organizzazione del Mondiale del 2006, avvenuta proprio all’indomani del disastro ad Euro 2000: con i finanziamenti della FIFA, c’è stata la possibilità di rinnovare gli impianti che – per quanto si era già inteso dando un’occhiata oltre la Manica – sarebbero diventati l’epicentro della modernizzazione economica. Si scelse di farlo in modo uniforme in tutto il Paese: dodici città tedesche si sono presentate alla rassegna con uno stadio o appena costruito o comunque completamente ristrutturato, per un investimento complessivo che ha sfiorato il miliardo e mezzo di euro e ha lasciato alla Germania un contesto all’avanguardia rispetto alle altre Nazioni europee. Con qualche fisiologica difficoltà operativa, ma con l’unico obiettivo di dotarsi di un patrimonio fertilissimo, non – come successo e continua a succedere da altre parti – di fare un business a breve periodo per un’élite. Ne è una chiara testimonianza il fatto che, grazie alla politica scelta dalla maggior parte dei club che offrono la possibilità di entrare in stadi estremamente confortevoli a prezzi abbordabili (un biglietto VIP all’Allianz Arena costa 70 euro, quello più a basso costo 21), in Bundesliga nella stagione 2016/17 solamente due stadi su diciotto hanno ottenuto un load factor (percentuale media di riempimento) inferiore al 91%. Per darvi un’idea, nella Serie A appena conclusa solo la Juventus è andata oltre questa soglia, il Cagliari è l’unica società ad aver superato l’80% mentre Udinese, Atalanta e Torino sono le altre tre andate oltre il 69%. Una volta fatto in modo di avere le strutture giuste, si è provveduto a portarvi all’interno uno spettacolo all’altezza. La cosa più difficile, perché la proverbiale efficienza produttiva tedesca doveva essere affiancata da idee brillanti e di conseguenza da uomini che avessero una visione sportiva in grado di completare il progetto. Principalmente tre: Jurgen Klinsmann, Oliver Bierhoff e Joachim Low. Loro hanno tradotto le teorie, i calcoli e i programmi in risultati. Velocemente e splendidamente

Modello tedesco: più calcio per tutti

klinsmann bierhoff loew
Joachim Loew (L), Juergen Klinsmann (C) e il team manager Oliver Bierhoff

Il territorio è stato il punto di partenza del restyling del calcio tedesco anche per quanto riguarda i giocatori, e di conseguenza il gioco. L’obiettivo era quello di creare “un nuovo calcio tedesco”, con giocatori tedeschi di valore superiore in grado di giocare un calcio migliore. Questo secondo aspetto è stato quello che ha portato la svolta più profonda, perché si trattava di operare un cambiamento sostanziale nei modelli, nelle abitudini e di conseguenza nell’intera cultura calcistica tedesca. L’input più forte è arrivato da Jurgen Klinsmann, nominato CT della Nazionale Maggiore nel Giugno del 2004 senza che prima avesse avuto alcuna esperienza da allenatore. La scelta illuminata della Federazione è stata consigliata dal fatto che, già nei suoi tempi da giocatore, Klinsmann rappresentava un’evoluzione rispetto al concetto classico di panzer d’attacco tedesco. Ha sempre avuto una propensione diversa, soprattutto a livello di mentalità. Una propensione che lo ha portato a chiudere la carriera calcistica (oltre che a stabilirsi e a mettere su famiglia) negli Stati Uniti. Da dove è tornato in patria con in mente il piano per la rivoluzione: basta “forza fisica e solidità tedesca”, il nuovo corso avrebbe puntato sulla tecnica e sulla qualità. Un segnale di rottura totale, inizialmente criticato e osteggiato, ma in breve tempo condiviso su tutta la linea. Klinsmann ha voluto al suo fianco un altro ex bomber come Oliver Bierhoff: il general manager, l’uomo al quale ufficialmente sono state affidate le pubbliche relazioni, da intendere non solo come rapporti con la stampa (inizialmente molto critica nei confronti del nuovo Commissario Tecnico, probabilmente anche per la cancellazione di certi “privilegi”) ma anche come gestione della trasformazione in atto. Bierhoff ha avuto un ruolo importantissimo nello sviluppo della grande “macchina di produzione di giocatori” varata in combinata da DFB e Bundesliga.

L’organizzazione è stata – ovviamente – scientifica: il territorio è stato suddiviso in 366 aree geografiche e il punto di partenza è stata la creazione di un corpo di istruttori che riuscissero sia ad individuare i migliori talenti che a lavorarli. In poco tempo, la Germania si è dotata di un enorme contingente di allenatori con Licenza UEFA: nel 2013, tanto per fare un esempio, erano 1070 i tecnici tedeschi a vantare il patentino di massimo livello. In Inghilterra, 115. Questo è un aspetto importantissimo, perché la celebrata nouvelle-vague di allenatori tedeschi giovani, istruiti e molto moderni è arrivata come conseguenza di questa decisione e ha creato una nuova figura: quella dell’allenatore specializzato. Prima in Germania i tecnici venivano scelti solo a seconda del loro curriculum da calciatori, ora le figure più in voga hanno quasi tutte un percorso diverso, moderno: come Julian Nagelsmann, trentenne celebratissimo capoallenatore dell’Hoffenheim che ha iniziato l’università studiando economia e poi ha progressivamente orientato i propri studi alle scienze sportive. Ma anche Heiko Herrlich del Bayer Leverkusen, che calciatore lo è stato ma poi è passato da un percorso di crescita partendo dallo sport per disabili e passando per le selezioni nazionali giovanili, anche se il caso più incredibile è forse quello del trentunenne Domenico Tedesco: nato in Calabria ed emigrato da piccolo in Germania, laureatosi brillantemente e con un contratto da ingegnere alla Mercedes, ha deciso di “fare il lavoro dell’allenatore”, ha preso il patentino con il massimo dei voti, ha fatto un’impresa impossibile in seconda divisione salvando in una decina di partite l’Erzgebirge Aue che sembrava già condannato e ora è il nuovo tecnico dello Schalke 04.

Tutte storie che compongono il nuovo modello dell’allenatore tedesco: studio, laurea, e poi la specializzazione per diventare allenatore di calcio, con tutto quello che ne consegue sul piano dell’innovazione dei metodi e delle visioni. La Federazione stessa ha messo sotto contratto un migliaio di professionisti, con il fine di avere una schedatura capillare di ogni calciatore del Paese a partire dagli otto anni di età: investendo più o meno 300 milioni di euro in quindici anni, i vertici calcistici tedeschi hanno creato una rete di quasi 400 centri sportivi che monitorano circa 600mila bambini all’anno, molti dei quali non ancora inseriti in vivai ufficiali. Ogni potenziale calciatore viene seguito e valutato, educato e gestito. Un percorso definito per poter avere uno scouting capillare in una Nazione con 80 milioni di abitanti e dove anche le diversità etniche sono viste – almeno in questo ambito – come una risorsa: basti pensare alla quantità di giocatori dal doppio passaporto sono stati portati nelle varie Nazionali, da Boateng a Ozil, da Khedira a Rudiger. Un’osservazione metodica e capillare che porta ad una selezione da destinare alla quarantina di scuole d’eccellenza dalle quali – secondo i programmi, sanciti da ispettori federali che aggiornano costantemente i parametri – escono con grande continuità i giocatori che stiamo conoscendo partita dopo partita e vittoria dopo vittoria. Giovani che vengono allevati per giocare un calcio di qualità, spesso con un modulo costante e condiviso (il 4-2-3-1 o il 4-3-1-2) e che portano risultati a tutti i livelli. In Nazionale, l’opera di Joachim Low è stata il perfetto punto finale, non solo perché ha proseguito la strada rivoluzionaria disegnata da Klinsmann completando la trasformazione della Germania da macchina d’assalto a squadra in possesso di un gioco estremamente moderno, gustoso esteticamente e soprattutto vincente, ma anche per la gestione delle tempistiche e dei cicli, che fanno della Germania una squadra che agisce con modalità molti simili ad un club e che dal grande calcio di club si lascia ispirare (certe dinamiche “guardioliste” nella Germania campione del mondo erano lampanti). Lo abbiamo chiaramente visto anche nelle scorse settimane, quando ha vinto la Confederations Cup con una sorta di “squadra del futuro”, con un età media inferiore ai 25 anni e simboli del nuovo corso come Timo Werner, che non ha ancora festeggiato il suo ventunesimo compleanno e ha già superato le 100 presenze in Bundesliga, diventando il più giovane nella storia del calcio tedesco a farlo. Un sistema che garantisce alla Nazionale un serbatoio continuo di giocatori formati per essa, visto che i club di Bundesliga hanno l’obbligo di avere in rosa almeno dodici elementi che siano o convocabili dalla Germania o quantomeno usciti da un vivaio affiliato alla Federazione. Ma anche per le società questo sistema si è rivelato particolarmente redditizio, visto che i risultati continuano ad essere in netta crescita sia in ambito sportivo che a livello di gestione finanziaria. La finale della Champions League 2012/2013, quando Bayern Monaco e Borussia Dortmund si affrontarono presentando nelle due rose ben 26 giocatori di nazionalità tedesca e formati nei vivai nazionali, è stato un apice che non ha avuto un immediata continuità (come successo – per esempio – negli ultimi anni con la tirannia delle spagnole) ma ha dimostrato ancora una volta la bontà del progetto. Un progetto che passa anche dalle “squadre B”, soluzione perfetta per permettere ai giovani di testarsi in campionati professionistici e contro colleghi più esperti. E che ha portato anche ad un innalzamento esponenziale della statura economica della Bundesliga, che produce un calcio più attrattivo, più sostenibile, più orientato alla Nazionale e di conseguenza di maggior valore sia sportivo che imprenditoriale. Una rivoluzione che, al termine del suo ciclo di quindici anni, ha riportato i club tedeschi a poter di nuovo contare anche su di un bonus sempre più significativo derivato dai diritti televisivi, tornati ad essere una risorsa molto importante anche perché gestita meglio.

Nella stagione 17/18, la Bundesliga ha superato per la prima volta il miliardo di euro di proventi stagionali, con un aumento dell’85% (!!!) rispetto alla stagione scorsa. E oltre a prendere molti più soldi, da ora l’ammontare totale verrà distribuito in modo molto equilibrato: circa il 93% della cifra complessiva (1,16 miliardi a stagione per i prossimi quattro anni) viene suddivisa fra i club di prima e seconda serie tenendo conto di parametri legati ai risultati sportivi dell’ultimo quinquennio, il 5% viene distribuito prendendo in considerazione le classifiche dei venti campionati precedenti e il restate 2% (quindi oltre 23 milioni di euro) a seconda dei minuti giocati da giocatori Under23 formati nel vivaio. Una cascata di denari da investire e da affiancare ai proventi già molto sviluppati derivanti dal marketing, che premia non solo i nomi principali: nella stagione 2015/2016, la 2.Bundesliga ha superato i 31 milioni di euro di ricavi da attività commerciali (facendo registrare una crescita annuale del 17,6% in quanto a ricavi e dell’8% in termini di volumi) e la terza serie – ancora suddivisa con criteri regionali – ha visto i bilanci dei propri club registrare circa 9 milioni di ricavi dal marketing. Qualsiasi paragone con la Serie B o la (ex) Lega Pro risulterebbe annichilente.

Modelli e modi

Risultati che lasciano senza parole dalle nostre parti. Addirittura un po’ di rabbia. Perché in quindici anni, partendo con una serie di handicap pesanti ma anche dalla possibilità di organizzare un Mondiale, la Germania ha costruito un modello che l’ha riportata ai vertici del calcio e la proietta nel futuro con orizzonti ancora più ampi. Mentre l’Italia, che poteva anticipare tutti nel momento in cui tutto stava per cambiare, al “modello” ha preferito il “modo” e ora deve recuperare tanta strada. Motivi per sperare in una prossima “rivoluzione italiana” ci sarebbero anche, perché – in uno scenario che mostra una carenza impressionante di strategie, di strutture e di istruttori qualificati – quello che hanno fatto quest’estate l’Under 21 di Luigi di Biagio e l’Under 20 di Evani dimostra che il calcio vive fra i ragazzi del nostro Paese. Ma la storia della Germania ci insegna che la trasformazione deve partire forzatamente dalla Federazione e dalla costruzione di un legame forte con i club, dagli investimenti e dalle regole, dalla ricerca e dallo sviluppo di strategie nuove. E in questo senso, le speranze rimangono decisamente poche.

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Stefano Borghi, pavese classe ’82, ama le squadre di calcio con una tradizione e una bella maglia, oltre che le chitarre ruvide e le cene di qualità. Di professione fa il telecronista: gli piace raccontare storie vere e prova a tirarle fuori dall’ordinario, guardando più al contenuto che all’involucro. Oggi lavora per Fox Sports ed è la voce della Liga spagnola