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lopetegui nazionale spagnola russia 2018

“A lei piace il calcio bello o quello buono?” Disse un giorno Luis Aragonés a Xavi poco prima di designarlo come principale fonte di gioco di una nazionale spagnola nella quale non c’era più spazio per una leggenda come Raúl. Esattamente dieci anni fa la rivoluzione del ‘Sabio de Hortaleza’ cambiò per sempre la storia del calcio iberico, andando al di là delle critiche dei media e della tradizionale passione per la Furia. La scommessa sul palleggio per infondere creatività e dare alternative di associazione in campo, oltre che ad allontanare gli avversari dalla propria porta, fu la chiave di volta dell’inizio di quello che probabilmente è il più virtuoso e vincente della storia del calcio. Questo perché il bel gioco può esistere, ma deve essere anche confermato dai risultati. Non è detto poi che bisogna per forza indossare una medaglia d’oro o d’argento per essere riconosciuti come depositari di un calcio divertente ed efficace. Ma venire eliminati prematuramente nelle ultime tre competizioni internazionali è sicuramente il riflesso di un notevole downgrade del proprio gioco. La Spagna di un mese fa era chiaramente una delle più indicate a salire in cima al Cremlino per alzare la coppa del mondo. E invece è inciampata colpevole del suo peccato più grande, la boria del divo.

Spagna – Russia, possesso senza dominio

Gli oltre 1000 passaggi registrati nell’ottavo di finale contro la Russia non sono bastati ad avere la meglio di una squadra che sulla carta non avrebbe dovuto neanche impensierire Ramos e co. Ma se tieni tanto la palla e al primo tempo sei andato in vantaggio con un autogol senza praticamente mai tirare in porta, il possesso non corrisponde a un dominio, soprattutto se al tuo avversario le statistiche non interessano. Non è un caso se Spagna, Germania e Argentina sono le tre squadre con la più alta percentuale di possesso palla di tutta la competizione. Tutte e tre eliminate. Al momento decisivo la Spagna si è sciolta, accecata dalla costante luce di Mosca e troppo impegnata nel crogiolarsi in quel palleggio stucchevole che dalla trequarti in su non assumeva alcun significato. Si teneva la palla ma non si trovavano spazi. Mancavano le verticalizzazioni, una delle ossessioni di Hierro che proprio per quello puntava su Diego Costa. E rinunciare a Iniesta dall’inizio sembrava non solo un’accusa ma anche e soprattutto un azzardo.

Cosa rimaneva di quella strepitosa squadra capace di rifilare tre gol all’Italia nel settembre scorso? Isco si aggiungeva a Messi e Cristiano Ronaldo come una delle stelle senza luce quando il buio incombeva su questo mondiale, mentre Piqué sporcava con una mano la sua ultima partita con la Roja, sebbene lui non si immaginasse che potesse essere tale.

La colpa del fallimento spagnolo è di molti. In primis di Florentino Perez, che piccato dopo l’addio di Zidane lanciava la mela del peccato a un Lopetegui privo di spirito per dire di no. Poi era il turno di Rubiales, che per una questione di principio scaricava il tecnico a soli due giorni dall’inizio del mondiale. In seguito è toccato a Fernando Hierro, la cui unica esperienza da tecnico è stata all’Oviedo e non ha lasciato ricordi felici. Per ultimi ci sono i giocatori, che sembravano dover aprire strada a un nuovo ciclo ma hanno finito per chiuderlo definitivamente. A dieci anni dall’anno zero.