SHARE
messi cr7 russia 2018

Il titolo è scontato e il pensiero forse ancora di più, però questo Mondiale continua a mandarci un messaggio chiaro: è uno spartiacque fra quello che abbiamo visto finora e quello che vedremo nel futuro del calcio.

Lo testimonia anche solo il fatto che nello stesso giorno abbiano salutato la competizione i due dittatori dell’ultimo decennio: Messi e Ronaldo sono out, d’ora in poi è guerra di successione. Una spettacolare, imprevedibile e apertissima battaglia per un trono che definire vacante è forse eccessivo, ma che da questo Mondiale diventa indubbiamente più accessibile.

La caduta dell’Argentina di Messi, la straripante ascesa di Mbappé

mbappé messi

Messi, come sempre, è il volto dell’Argentina. Ieri, a Quito, quello del sollievo per aver evitato da solo il fracasso. Oggi, a Kazan, quello del dolore, in qualche modo dell’impotenza, perché che uno come lui ancora una volta debba ingoiare il fiele della disfatta rimane difficile da concepire.

Gli si dà la colpa, è inevitabile. Gli si può dire di tutto, perché infierire è sempre alla portata di chiunque. Magari scordandosi che dal suo piede sono partiti gli assist che hanno tenuto in vita un’Argentina che ha provato a essere squadra, ha provato ad essere all’altezza di una Francia chiaramente più fresca, talentuosa, completa e di prospettiva, ma è caduta. Inevitabilmente, fragorosamente.

Messi ha dovuto persino vedersi materializzare di fronte quello che oggi viene salutato come il suo erede designato, un ragazzo che compirà vent’anni a Dicembre ma che ha già dimostrato di essere un giocatore differente. Perché la tecnica in velocità di Kylian Mbappé va oltre la conclamata inadeguatezza difensiva della squadra che ha colpito due volte. Va oltre il momento. È un qualcosa di assoluto, e il fatto che sia apparso per ribaltare a suo favore un momento così pesante è un altro segnale importantissimo.

È apparso facendo terra bruciata attorno, con la sua verticalità estremizzata, che ricorda un po’ la prepotenza incontrastabile di Ronaldo il Fenomeno e soprattutto spalanca la finestra sul presente del calcio che guarda al futuro: questo è il football che si gioca oggi ai massimi livelli e che segnerà quello di domani. Il football di Mbappé.

Anche di altri, e il tempo dei nomi verrà scandito dall’avanzare di questo bellissimo e rivelatorio torneo. Il football di quelli che sanno decidere le grandi partite tenendo un alto tasso tecnico a velocità finora quasi inesplorate, indipendentemente da formule tattiche o situazioni strategiche.

Che piaccia o no, è così. Anche se poi, alla fine, a mettere questi giocatori nelle condizioni di decidere c’è sempre la coralità della squadra che sta loro attorno. Quindi non è il caso di pensare che si stia andando verso un calcio individualista, schiavo delle qualità di singoli straordinari. Rimane sempre uno sport di squadra. E la dimostrazione ci arriva di partita in partita.

Va fuori l’Argentina, e adesso si ritrova a fare quello che puntualmente le tocca fare da venticinque anni: raccogliere i cocci, stavolta particolarmente pesanti. Va avanti la Francia, ed è giusto così per quello che si è visto, anche se ormai non si può più considerarlo come un traguardo: questa squadra ha tutto per portare i gradi più alti, ha quasi il dovere di aprire un ciclo.

Perché questo concetto non può valere solo per un’Argentina puntualmente schiacciata dalla pressione di dover per forza vincere. E’ un concetto che accompagna forzatamente ogni grande squadra. E a questa Francia, forse, serve ancora qualcosa per esserlo davvero.

Potrebbe servirle un pizzico di mentalità in più per non rischiare di lasciarsi sfuggire di mano situazioni totalmente controllabili, perché una volta può salvarti il talento di un singolo o la strepitosa giocata da jolly trovata da un altro, però per vincere non può bastare questo, nonostante le apparenze.

Serve aumentare la dose di organizzazione in mezzo al campo, anche se Pogba cresce, e può fare tanta differenza. Serve essere un pizzico più precisi dietro. Serve poco di più, perché in generale la Francia ha palesato di essere superiore all’Argentina, di stare bene e di avere gli interpreti giusti per sognare, come ad esempio un Griezmann che ha il talento dei più grandi e anche la maturità per capire che in certi casi non bisogna per forza essere stelle, ma serve di più essere uomini squadra: serve la freddezza per calciare perfettamente un rigore e l’umiltà per rincorrere il divo avversario.

Per tutto questo, un messaggino di ringraziamento al Cholo Simeone ci starebbe. Magari non oggi però, sarebbe indelicato…Alla Francia serve solo di completare il sistema per renderla veramente “squadra”. Ma al di là delle Alpi possono essere fiduciosi, anche se avere di fronte la prospettiva di sfidare l’Uruguay è, oggi più che mai, un qualcosa che non può lasciare troppo sereni. Perché quella di Tabarez è la “squadra più squadra” che ci sia a Russia 2018. E non è un caso che a personificare questo concetto sia proprio l’Uruguay.

Il miracolo calcistico Uruguay

FONTE: Tutto Calcio News

Occorre sempre ricordare che l’Uruguay è il più grande miracolo calcistico nella storia del pallone: un Paese con una popolazione paragonabile a quella della Toscana, in grado di vincere due Mondiali, due Olimpiadi e più Coppe America di chiunque altro. Una scuola calcistica che perdura, si rinnova e rimane all’avanguardia perché difende la propria tradizione. E per questo, sa sempre come comportarsi in ogni situazione.

L’Uruguay di oggi si staglia di fronte alle trasformazioni del calcio moderno opponendo concetti classici sviluppati attraverso metodologie attualissime e interpreti perfetti per questo tipo di compito. Uruguagi che si trovano a proprio agio nelle serate in cui è richiesto lo smoking ma che non hanno mai rinunciato a mantenere sulla pelle una ruvida maglietta celeste a ricordare loro le radici che li alimentano.

Questo Uruguay deve essere ricordato ogni qual volta qualcuno si permette di asserire che nel calcio di oggi non possono coesistere due punte vere: solo dal Sudamerica poteva arrivare una dimostrazione del genere, solo da due come Cavani e Suarez, quelli che hanno confezionato il gol più iconico di questo Campionato del Mondo. Non perché sia per forza il più bello o il più incredibile. Ma perché è stato il gol più denso di significato: insieme, con qualità, si può tutto.

E la speranza di un’intera Nazionale stretta attorno al suo commovente Maestro è quella che l’infortunio di Cavani non sia definitivo, perché logicamente azzopperebbe una realtà che merita di giocarsi le sue carte, alla sua maniera, fino in fondo.

Sapendo che per il futuro ci sono i Nandez, i Bentancur, i Gimenez e i Torreira che hanno già capito cosa vuol dire portare avanti questa tradizione. Però il futuro, oggi, non è il primo pensiero. Questo Uruguay ha presente. E ha il diritto di viverlo al massimo delle sue potenzialità.

Così come ha il diritto di lasciare questo Mondiale a testa alta il Portogallo. Attenzione, non solo Cristiano Ronaldo, che abbandona la Russia dopo aver dato l’ennesima e probabilmente definitiva dimostrazione di strapotere, il che è esattamente quello che doveva lasciare nel suo ultimo Mondiale.

È tutta la Nazionale lusitana a poter pensare di tornare a casa con la coscienza a posto, perché ci è venuto il dubbio che si trattasse solo della “squadra di Cristiano”, invece proprio la bella partita giocata contro la Celeste ha dimostrato che c’è un gruppo, ci sono concetti e ci sono valori sia tecnici che morali che vanno al di là della statuaria figura del numero 7 più importante della storia.

Onore ai vinti, rispetto ai due re che lasciano anticipatamente il campo di battaglia. Diversi come sempre, legati fino alla fine. Ora però inizia il futuro. Godiamocelo, perché questo Mondiale rappresenta un passaggio epocale. Niente sarà più come prima. Quello che sta arrivando, si può solo immaginare con la fantasia.