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Polonia-Senegal cronaca tabellino
Polonia-Senegal (Twitter @OGuiadoFutebol)

La nazionale del Senegal la chiamano Lions de la Teranga e non centrano savane, lotte e guerrieri. La teranga è la virtù fondamentale del popolo senegalese, si potrebbe tradurre come ospitalità, accoglienza, felicità di ricevere. La stessa che quel popolo africano ha dimostrato nei confronti di Bruno Metsu, l’allenatore francese del magico mondiale del 2002, quello dei quarti di finale, della Francia buttata fuori al primo turno, di Diop e Camara. Ricci biondi e lunghi, pelle bianca, occhi celesti. Mister Metsu era uno di loro, tanto da abbracciare l’Islam, cambiare nome in Abdou Karim e sposare una ragazza senegalese, Rokhaya N’Diaye. Per tutti i senegalesi era lo stregone bianco e in quegli storici mondiali, in Corea e Giappone, insieme a lui c’era Lingue Ngoy Mbay, un marabutto di oltre novant’anni, completamente cieco. Nella sua sacca c’erano foglie di eucalipto, serpenti, corna di bue. All’inizio dei supplementari contro la Svezia era stato lui a mandare sul palo il tiro di Anders Svensson. Come non è dato saperlo.

Idrissa Ndiaye, lo stregone del Senegal

Sugli spalti del Central Stadium di Yekaterinburg, durante la partita contro il Giappone, qualcuno ci aveva riprovato. Era Idrissa Ndiaye, nipote del grande stregone Leu Daour: una strana bevanda, agitata un paio di volte, bevuta e risputata, seguita da un paio di tremolii delle spalle. Su internet i tifosi si sono scatenati: “Non è questa l’immagine del Senegal, fatela finita”. L’immagine vera è quella delle tribune colorate dei colori panafricani: il verde della natura, il giallo dell’oro, il sangue delle insurrezioni. Ma anche quella dei settori puliti dai tifosi senegalesi a fine partita. La teranga è ospitare ma anche essere ospitati.
L’immagine del Senegal è il ballo dei suoi calciatori a inizio partita e negli allenamenti. Koulibaly e Sanè, Sarr e Niang, tutti sorridenti, nessun muso lungo, nessuna cuffia con la musica a palla e nessun selfie solitario. “Thieuguine thieuguine thieuguine reuw reuss” cantano i Leoni de la Teranga. Una danza rituale, il tàsu, ritmata a colpi di tamburi. La usava anche Balla Gaye, nome d’arena del campione di lotta senegalese Omar Sakho. Una mano batte sul petto, le gambe saltellano di qua e di là: “Voglio essere il vero leone dell’arena”.

Anche mister Metsu spinge il Senegal

Sulla panchina intanto, mentre dà indicazioni, anche Aliou Cissè sembra ballare. Quando dice di raddoppiare, di sovrapporsi, di fare un passo indietro, sembra stia danzando con qualcuno. Sembra quasi la declinazione negra di mister Metsu, al posto dei riccioli biondi ci sono però lunghi rasta neri. Sembra Jubiabà, il protagonista del romanzo di Jorge Amado, solo con cent’anni di meno: uno stregone alto e esile, misterioso e saggio.

Cissè era capitano e difensore di quel Senegal che fece la storia: “Ci sarà anche Bruno con noi, in Russia. Ci guarda dall’alto. Non posso dimenticare quello che ha fatto per il nostro calcio. Sento il suo sguardo che ci darà energia”. Pochi mesi dopo dal successo in Corea, dopo la soddisfazione di essere approdato in Premier League, al Birmingham, arriva la tragedia: il naufragio del traghetto Joola, a largo del Gambia, gli porta via gran parte della famiglia insieme a quasi mille persone.

Teranga però significa accogliere tutto: lo straniero e il diverso, il dolore e la paura. Aliou è diventato il simbolo di una nazione, la sua riscossa. “Quella squadra del 2002 ha fatto un pezzo di storia, ora tocca a noi”. Una vittoria contro la Polonia, un pareggio contro il Giappone. Secondo posto nel Gruppo H e la sfida contro la Colombia di Falcao e Cuadrado per passare il turno. Servirà tutta la dei leoni e forse anche un pizzico di magia.

di Lamberto Rinaldi

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