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Corea del Sud-Germania
Corea del Sud-Germania (Foto: @DFB_Team)

L’incredibile capacità di questo Mondiale di regalarci una sorpresa ogni giorno va costantemente oltre ogni previsione. Addirittura oltre a ogni logica, perché nessuno poteva anche solo immaginare che i Campioni del Mondo avrebbero causato il primo grande shock di Russia 2018. E ancor meno, che si sarebbe trattato di un verdetto giustissimo.

La Germania va a casa perché non è mai stata veramente dentro questa Coppa del Mondo, nel senso che fin dal primo approccio contro il Messico si è vista una squadra scollegata mentalmente e piantata fisicamente. Come l’Argentina verrebbe da dire, con la differenza che Löw non aveva dalla sua Leo Messi. E fa effetto pensare che stiamo parlando delle ultime due finaliste: una passata per miracolo, l’altra già di ritorno verso casa.

È la prima volta nella sua storia che la National Mannschaft esce al primo turno di un Campionato del Mondo, oltretutto in un raggruppamento che alla vigilia non incuteva molti timori. Forse anche per questo le è mancata tensione.

Ma una cosa importante che accompagna questo flop è la necessaria consapevolezza che si tratta di una stecca dovuta a situazioni legate alle contingenze. Un bagno di umiltà, che può anche fare bene, ma non un fallimento totale. Perché la Germania ha commesso di sicuro degli errori vistosi sia a livello strategico (convocazioni e scelte di formazione non convincenti) che tecnico, vedi le terrificanti sbavature che hanno causato i quattro gol subiti; ha forse anche pagato un po’ di spocchia di troppo e probabilmente ha avuto eccessiva fiducia in se stessa, con il risultato che non è mai riuscita a dare il cento per cento. E in un Mondiale, senza andare al massimo si esce subito.

Però è tutt’altro che una Nazione bisognosa di rifondare o di operare una svolta profonda: lo ha già fatto quando serviva, e non ci sono dubbi sul fatto che già dai prossimi Europei tornerà ad essere una protagonista assoluta. A patto però che recepisca il messaggio e riprenda ad implementare il proprio progetto, dando spazio ai tanti giovani rampanti che sono ormai pronti a raccogliere l’eredità di alcuni titolari consumati (in tutti i sensi), ma anche attraverso i risultati internazionali dei suoi club che da un po’ troppo tempo latitano.

La sorpresa Svezia e l’altalenante Messico

Bagno di umiltà che tocca anche a chi (compreso il sottoscritto) aveva ironizzato sulla Svezia, che ancora una volta ha sfruttato la sottovalutazione generale per piazzare una portentosa lezione e prendersi quel primo posto che le garantisce di incastrarsi nella parte più morbida del tabellone.

Nessuno si aspettava di trovare la Svezia agli ottavi, e invece ci sarà contro una Svizzera fisica, meritevole ma che rappresenta indubbiamente un avversario benaccetto da una squadra che all’esordio appariva come spuntata e troppo rigida, ma che si è invece rivelata una formazione con un’identità spiccata e un impianto di gioco che si adatta, umilmente ma perfettamente, alle caratteristiche dei suoi interpreti.

Con un grande secondo tempo nel match del dentro o fuori, gli svedesi hanno palesato ancora una volta come il Messico sia una squadra dal buon potenziale, veloce e imprevedibile, ma anche completamente schizofrenica, capace di picchi altissimi così come di blackout totali.

Il Brasile può solo migliorare

Questo blackout in particolare è costato carissimo alla Tricolor, che aveva di fronte a sé la possibilità di regalarsi una strada interessantissima e invece si ritrova a dover affrontare un Brasile che fa risultato ma non è ancora quello che ci si aspettava di vedere. Il che da una parte è un monito per Tite, che deve mantenere alta la tensione e far frullare le meningi, ma dall’altra può anche essere un messaggio pericoloso per le rivali, visto che questa Seleçao – comunque arrivata a fine girone con 7 punti, 5 gol fatti e uno solo (discutibile) subito – dà l’impressione di poter solamente migliorare.

Anche perché continua a mancarle il vero Neymar: la “camisa 10” non è in grandi condizioni, soffre per i postumi di un infortunio che avrebbe lasciato a casa la maggior parte dei suoi colleghi e finisce per indispettirsi trasformando il nervosismo in fastidiosa scenografia o in inutili egoismi. Però anche lui, come la sua squadra, ha ampi margini di crescita. E anche per lui, come per tutti, adesso inizia il vero Mondiale.

L’unico desiderio che adesso deve esprimere Tite è quello di non avere più infortuni, visto che dopo Dani Alves e Danilo ha dovuto dare forfait anche Marcelo, uno al quale non si può assolutamente rinunciare, nonostante abbia come alternativa Filipe Luis, uno dei più forti terzini sinistri che ci siano. Ma fra “uno dei più forti” e “il numero uno per distacco” passa una differenza che il CT verdeoro vorrebbe proprio evitare di esplorare.

Per il momento, le cose che funzionano sono in primis due, e sono decisamente pesanti: una è Casemiro, il miglior mediano che ci sia al mondo e il monumentale puntello di una difesa che grazie a lui nasconde parecchia polvere, l’altra Philippe Coutinho, che quando non segna fa segnare come nel caso della strepitosa palla in profondità trasformata nel gol del vantaggio da uno dei soliti inserimenti da bulldozer di Paulinho (occhio a questa soluzione, potremmo rivederla e riapprezzarla). Oltre ad essere costantemente decisivo, Coutinho è il perno tattico su cui ruota tutto il sistema di gioco brasiliano e continua ad avere uno stato di forma brillantissimo, visto che in quanto a continuità di rendimento nel 2018 in pochissimi possono rivaleggiare con lui.

Giro di boa

Peccato per la futuribile Serbia che va fuori dando però l’impressione di essere solo all’inizio di un percorso molto interessante. Noi invece ci ritroviamo al giro di boa di un Mondiale che fin qui ha sparato una miriade di botti ma che deve ancora cominciare a fare le cose sul serio.

Oggi c’è l’ultimo, elettrico giro della giostra preliminare, poi la guerra di successione al trono lasciato già vacante dalla Germania esploderà in tutta la sua veemenza.

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Stefano Borghi, pavese classe ’82, ama le squadre di calcio con una tradizione e una bella maglia, oltre che le chitarre ruvide e le cene di qualità. Di professione fa il telecronista: gli piace raccontare storie vere e prova a tirarle fuori dall’ordinario, guardando più al contenuto che all’involucro. Oggi lavora per Fox Sports ed è la voce della Liga spagnola