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I giocatori della Svezia festeggiano la qualificazione agli ottavi di finale. Fonte - @FifaWorldCup

In quello che sarà certamente ricordato come il Mondiale delle sorprese, spicca il dato relativo al numero di calci di rigore concessi fino a questo momento. Ben 24 dall’inizio della competizione, numero evidentemente destinato a salire che ha già superato quello della precedente edizione, dove furono concessi 13 tiri dal dischetto in totale. Come spesso accade nel commentare l’esecuzione di quella che resta indubbiamente una delle specialità più complicate del calcio moderno, a catturare l’attenzione degli appassionati sono i nomi di chi dagli undici metri dimostra di non reggere la tensione, commettendo così errori più o meno gravi. Andreas Granqvist è l’unico giocatore della competizione iridata assieme a Harry Kane ad aver realizzato entrambi i rigori concessi in favore della sua Svezia in queste prime 3 partite. Tipica freddezza scandinava quella del capitano dei ragazzi di Janne Andersson, sin qui tra le note più liete, dopo il primo posto ottenuto nel raggruppamento che comprendeva anche la Germania campione in carica.

Granqvist, l’ex meteora è diventata decisiva

La parabola del trentatreenne difensore in forza al Krasnodar, somiglia un po’ a quella della Svezia, vittoriosa nella doppia sfida playoff del novembre scorso con l’Italia. “La pressione è tutta sugli italiani” – aveva detto senza mezzi termini nella conferenza stampa precedente la sfida di ritorno – ergendosi a baluardo insuperabile nella notte che avrebbe gettato nello sconforto una nazione intera, la stessa che oggi si interroga sul reale valore di una nazionale snobbata dalla maggior parte degli addetti ai lavori, eppure meritatamente agli ottavi di finale come prima nel proprio raggruppamento.

Due stagioni in serie A con il Genoa senza brillare particolarmente erano bastate per bollare Granqvist come un classico giocatore di medio livello, lontano anni luce dagli standard di rendimento dei migliori interpreti del ruolo. Una definizione che in effetti rispecchia i valori espressi durante l’arco della sua carriera (Helsingborg, Wigan, Groningen, Genoa, Krasnodar) ma non tiene conto degli effetti che determinati contesti tecnico-tattici riescono a produrre sul modo di risultare tremendamente efficaci da parte di alcuni elementi.

In questo senso, il gioco messo in mostra dalla Svezia, esalta il collettivo, l’unione di intenti, la coesione che si traduce sul terreno di gioco in una squadra capace di muoversi all’unisono in qualsiasi situazione, senza mai prestare il fianco all’avversario. Due linee ben strette tra loro che non permettono la ricerca del fraseggio corto, guarda caso il punto di forza di Messico e Germania, una linea difensiva insuperabile ben protetta da un centrocampo in grado di abbinare una discreta qualità all’abbondante quantità di mediani evidentemente più propensi a chiudere gli spazi, piuttosto che disegnare calcio.

Sentenza inappellabile

Il punto esclamativo l’ha messo proprio lui, leader carismatico di un gruppo che ha volutamente rinunciato al ritorno di Ibrahimovic pur di non minare le granitiche certezze acquisite durante il percorso di qualificazione. Due calci di rigore tirati con glaciale risolutezza, chirurgicamente realizzati da chi di mestiere i gol dovrebbe evitarli. Vincitore dell’ultimo Guldbollen (il Pallone d’oro svedese), Granqvist è cresciuto in consapevolezza assieme alla Svezia, che ora attende il prossimo avversario dopo aver mietuto un’altra vittima illustre (nonostante la sconfitta per 2-1 maturata nei secondi finali). Fin dove riuscirà a spingersi la formazione di Andersson è difficile dirlo, ma i prossimi avversari sono avvisati: guai a sottovalutare gli svedesi, ma soprattutto occhio a non trascinare la partita ai calci di rigore.