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Andrea Pirlo ingresso
L'ingresso in campo di Pirlo - FOTO: account ufficiale Facebook Andrea Pirlo

Andrea Pirlo ha dato il suo addio al calcio giocato proprio in questi giorni. Gli appassionati di tutto il mondo insieme a lui dovranno salutare per sempre anche i suoi magistrali calci di punizione ed in particolare la storica ‘Maledetta‘. Una manciata di anni fa lo stesso ex regista del Milan e della nazionale rivelò tutti i segreti del suo colpo preferito in un passo tratto dal suo libro “Penso quindi gioco”: “Sono anche un po’ brasiliano. Pirlinho. Quando calcio le punizioni penso in portoghese, poi al limite esulto in italiano.
Le tiro alla Pirlo, sono palloni che viaggiano con l’effetto, racchiusi dentro una definizione che non mi dispiace, dentro una parabola quasi biblica. Portano il mio nome, come se fossero tutte figlie mie. Si assomigliano ma non sono gemelle, pur avendo tutte una matrice sudamericana, in particolare una stessa fonte d’ispirazione: il centrocampista Antônio Augusto Ribeiro Reis Junior, passato alla storia come Juninho Pernambucano. Quando giocava nel Lione sapeva  inventare traiettorie straordinarie, posava la palla in terra, si contorceva rapito da movimenti non convenzionali, prendeva la rincorsa e faceva gol. Non sbagliava mai, ho guardato le statistiche e ho capito che non poteva essere un caso. Un direttore d’orchestra montato al contrario, con la bacchetta tra i piedi, uno che il segno di “Ok” lo faceva con l’alluce, non con il pollice. Uno scherzo ben riuscito dell’Ikea.  L’ho studiato, ho raccolto CD, DVD, addirittura vecchie fotografie delle sue partite, e alla lunga ho capito. Non è stata una scoperta immediata, ci sono volute pazienza e costanza. Calciava in maniera particolare, e questo era evidente, mi era chiaro il modo ma non il metodo. Quindi andavo al campo e provavo a imitarlo, all’inizio senza alcun risultato. Le prime volte il pallone finiva due metri sopra la traversa, o tre metri sopra il cielo – senza Ponte Milvio né lucchetti – o al di là delle recinzioni di Milanello, e allora mentivo, portavo i tifosi appostati all’esterno acredere che l’avessi fatto apposta: “Ragazzi, questo è per voi, un regalo da parte mia”, sorvolando sul fatto che l’allenamento fosse a porte chiuse, di conseguenza vietato agli estranei, e che  quelle persone stessero spiando da un posto non consentito. Quindi, raccontando bugie a dei fuorilegge, non commettevo peccato né reato.”

La maledetta di Pirlo: la storia della punizione del ‘maestro’andrea pirlo punizioni maledetta

Andrea Pirlo ha quindi proseguito raccontando la storia della ‘Maledetta’: “Dopo tre giorni così, stavo nettamente sui maroni al magazziniere del Milan, a cui giravano palle e palloni. Gli esperimenti sono proseguiti per settimane e, siccome i pensieri migliori nascono nei momenti di massima concentrazione, e la massima concentrazione, come insegna Inzaghi, si raggiunge anche cagando, l’illuminazione è arrivata mentre mi trovavo in bagno. Sarà poco romantico, ma è andata esattamente così. La ricerca della verità non mi abbandonava mai, pensavo sempre a quello e nell’istante dello sforzo massimo hanno ceduto gli argini, in tutti i sensi: la ricetta della magia che stavo inseguendo non dipendeva dal punto in cui veniva colpita la palla, ma dal come. Juninho non la prendeva con tutto il piede, bensì con sole tre dita. Il giorno dopo sono partito prestissimo da casa, addirittura ho saltato la classica sfida alla Playstation con Nesta e mi sono fiondato sul campo di Milanello. Con i mocassini, non servivano le scarpe con i tacchetti per dimostrare una teoria esatta. Il magazziniere era già lì. “Mi passi un pallone per favore?” “Ma vaffanculo” detto con voce bassissima, quasi sibilando. “Come?” “Ho visto un mulo…” “Ah ecco. Dài, scemo, passami il pallone.” A malincuore l’ha fatto, mentalmente si stava già preparando ad andare a recuperarlo nel bosco. E invece l’ho calciato nell’angolino tra il palo e la traversa, all’incrocio. Un’applicazione geometrica perfetta. Sarebbe stato gol anche con il portiere, che per fortuna sua in quel momento non c’era. “Andrea, prova a rifarlo.” La provocazione mi è piombata addosso, immediata. Ormai era una sfida due contro uno: io da una parte, il magazziniere e il fantasma di Juninho Pernambucano dall’altra. “Ok, stai a guardare menagramo.” Mi è uscita una punizione fotocopia di quella precedente. Ineccepibile, stilisticamente impeccabile. Replicata per altre cinque volte su altrettanti tentativi. Ufficiale: ce l’avevo fatta. Il segreto non era più tale. La palla andava calciata da sotto, usando le prime tre dita del piede. E il piede andava tenuto il più dritto possibile e poi rilasciato con un colpo secco. In quel modo la palla in aria restava ferma e, a un certo punto, scendeva velocemente verso la porta, girando con l’effetto. Senza saperlo, eccola, la “maledetta”, come qualcuno avrebbe poi ribattezzato quel tipo di tiro. E quando mi esce esattamente come vorrei, non c’è barriera che tenga, perché è una punizione studiata apposta per passare sopra ai giocatori avversari disposti a scudo davanti al proprio portiere, prima di prendere una direzione che non si può prevedere. Per me, il massimo della vita è fare gol dopo aver visto il pallone volare pochissimi centimetri sopra la testa dei difensori, che lo sfiorano ma non lo prendono, che ne leggono la marca ma non lo fermano, perché certe volte una punta di sadismo è l’ingrediente che rende più saporita la vittoria. Più lontano mi trovo dalla porta e meglio è, infatti la distanza da cui si tira è direttamente proporzionale all’effetto che si riesce a imprimere. Meno si è vicini e più il pallone si abbasserà velocemente. Esistono anche delle varianti, dei piccoli accorgimenti per rendere ogni punizione unica, però il concetto di partenza non cambia. E il gol segnato in quel modo è in assoluto quello che mi dà maggiori soddisfazioni, perché in me molti colleghi vedono un esempio da seguire, copiare e magari spodestare, per loro sono un Juninho Pernambucano 2.0, un brasiliano con l’accento di Brescia”.

Andrea Pirlo, l’addio al calcio giocato

“Ti rendi conto da solo che è arrivato il momento. Ogni giorno hai problemi fisici, non riesci più ad allenarti come vorresti perché hai sempre qualche acciacco. Alla mia età ci sta di dire basta.” Così Andrea Pirlo lo scorso ottobre annunciò di fatto il suo ritiro dal calcio giocato. Per dare l’addio definitivo ha però aspettato lo scorso lunedì in quel di San Siro in quella che è stata ribattezzata ‘La notte del maestro’, circondato da una vera e propria parata di stelle. Da Vieri a Ronaldo, passando per Maldini, Ancelotti e Lampard. In tantissimi nella splendida serata milanese hanno voluto salutare in campo Andrea Pirlo che dopo il 90esimo ha chiuso dicendo: “Ringrazio tutti, i miei compagni che sono venuti qui per questa serata, tutta la gente venuta allo stadio per godersi questo spettacolo. Forza Italia e forza il calcio, speriamo di poter andare avanti sempre per il meglio. Ho tempo per pensare a cosa fare, ho smesso da poco e il campo non mi manca. In futuro chissà”.