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marcos rojo

“Al rojo vivo” in spagnolo significa “incandescente”, niente di più adatto all’epilogo che ci ha regalato un’Argentina che ha dimostrato come nel calcio i “professori dell’istante” (cit. Don Félix Patrini) abbiano la stessa durata di quello su cui si basano, ovvero un attimo. Perché un istante nel calcio può cambiare qualunque cosa, di conseguenza non è mai il caso di basare i propri giudizi sul momento.

All’Argentina e al suo lìder maximo è stato fatto un processo globale, addirittura un funerale, e invece, in un attimo, la Seleccion è tornata in corsa. Non lo ha fatto strabiliando e non sappiamo ancora per quanto lo sarà, ma intanto la marcia prosegue.

Merito della zampata di Marcos Rojo, lui che una manciata di minuti prima ha rischiato di seppellire davvero la sua squadra con un intervento tanto goffo quanto pericoloso. Lui che è stato riabilitato, graziato e poi osannato. Una sintesi perfetta degli ultimi dieci giorni dell’Argentina.

Lui, un mancino, che ha trovato la rete della vita con il destro. Come il suo capitano.

Leo Messi ha risposto, ha segnato un gol da campione e ha preso un palo che fotografa ancora una volta quanto per vincere con la sua Nazionale debba sconfiggere molto di più di una serie di avversari sul campo. Ha anche sofferto, sudato e sbuffato, perché è innegabile che il Messi di Russia sia la versione più opaca e difficoltosa vista in questa stagione. Però non si è arreso ed è ancora vivo. Al rojo vivo.

Argentina, ora l’altezzosa Francia

Ora, però, non bisogna commettere un altro errore grave. L’errore opposto, ovvero quello di credere ciecamente che un’Argentina risorta dopo aver già ricevuto l’estrema unzione sia destinata a lasciarsi dietro tutte le zavorre e a volare verso la gloria, perché è vero che la Seleccion – in una delle serate più catartiche della sua storia – ha ritrovato certezze e riscontri (vedi soprattutto un Banega letteralmente imprescindibile), però è allo stesso modo lampante come questa squadra abbia dei punti di crisi che saranno molto difficili da risolvere semplicemente con un’iniezione di entusiasmo e serenità.

La difesa dell’Argentina non sta in piedi, nonostante la presenza fra i pali di Armani sia prevedibilmente più rassicurante rispetto a quella di Caballero. E fa venire tanti brividi il pensiero di vederla opposta all’attacco tecnico, rapido e malizioso di una Francia che continua a fare l’altezzosa, ma che a ben vedere non ha sprecato una singola goccia di sudore per chiudere al comando il suo raggruppamento.

Energie che invece sembrano mancare dappertutto alla Nazionale di Sampaoli (si fa per dire…), che nelle tre partite fin qui giocate ha sempre palesato una condizione fisica nettamente inferiore rispetto agli avversari.

Ne è una dolorosa fotografia il grande Mascherano, per anni e anni simbolo del cuore e della “garra” di questa squadra ma ora diventato una specie di scultura di marmo, capace di evocare sensazioni mitiche ma ormai inevitabilmente ancorata al passato. O anche un Gonzalo Higuain che ogni volta che veste la maglia albiceleste moltiplica i pesi che si porta addosso. O un Di Maria che spara qualche lampo e poi si inabissa. Insomma, i soliti noti che dovrebbero accompagnare Messi nell’opera magna della sua (e della loro) vita, ma che inevitabilmente finiscono per steccare, complicando le cose.

Croazia-Danimarca, l’altro ottavo di finale

Detto tutto questo, l’Argentina c’è e ha ancora delle chances di scrivere la sua storia, così come una Croazia che – a differenza di altri – non si è accontentata di fare presenza in una terza partita alla quale non aveva niente da chiedere se non la conferma di essere una squadra forte e matura: l’ha ottenuta, perché ha vinto ancora con talento, gerarchia e con un parco di seconde linee che danno garanzie al CT Dalić.

Sarà un bell’ottavo di finale quello che opporrà i balcanici alla Danimarca, soprattutto se il commissario tecnico dei danesi Hareide deciderà finalmente di sciogliere le briglie e di mettere attorno a un grande giocatore come Eriksen una squadra che sposi veramente la vocazione offensiva che potrebbe appartenerle visti gli interpreti a disposizione, ma che fin qui ha deciso di sacrificarla facendo dei compromessi strategici per poter passare il turno.

La mia sensazione è che non lo farà e per questo cederà il passo, ma è solo l’impressione del momento. Che generalmente nel calcio conta poco. Specialmente in un Mondiale. Specialmente in uno come questo, che non smette un attimo di essere al rojo vivo.