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Diario Mondiale Brasile: fonte BrazilStat

Fin qui è stato il Mondiale delle sorprese, dei Davide che battono i Golia, della rivoluzione russa. Lo è ancora, basti pensare al ribaltone spettacolare organizzato dalla Svizzera ai danni di una Serbia che sembrava aver apparecchiato tutto per prendersi gli ottavi di finale e ora invece si ritrova a dover battere il Brasile per andare avanti.

Serata pirotecnica a Kaliningrad, con gesti tecnici pregevoli come il gran mancino dell’1-1 elvetico, proteste serbe (c’era un rigore su Mitrovic) e piccanti messaggi svizzeri, o meglio albanesi perché sia Xhaka che Shaqiri, i due alfieri della rimonta, hanno esultato ricordando le proprie origini d’Albania per rendere ancora più dolorosa la caduta dei rivali: il primo, inevitabile gesto politico in un contesto che, volenti o nolenti, non è qualcosa di meramente sportivo, bensì – per questo mese – semplicemente il centro delle attenzioni di tutto il mondo.

E’ sempre un Mondiale all’insegna dei colpi di scena, però a ben vedere è un Mondiale che comincia a maturare e ad evolvere. Non è un caso che, all’inizio della seconda settimana di gioco, comincino a sistemarsi delle tessere che ricompongono un quadro più vicino a quello che ci aspettavamo.

Perché le protagoniste attese iniziano – chi più chi meno – a carburare, a entrare in condizione e a trovarsi. Ad esempio, oggi vedremo sicuramente una Germania molto diversa da quella dell’esordio…Lo ha dimostrato a suo modo anche la vittoria del Brasile sulla Costa Rica, sia per come è venuta che per cosa comporta: con la crescita della condizione generale, chi rimane fedele alla propria linea comincia a raccogliere dei frutti.

Un Brasile non ancora bello, ma con uno stile definito

Ha rischiato la Seleçao, perché allo scoccare del novantesimo minuto era ancora inchiodata sullo 0-0 e, senza il tempo di recupero, oggi sarebbe in guai seri. Continua ad essere un Brasile al cinquanta per cento del proprio potenziale, però rimane la squadra plasmata e voluta da Tite. Perciò, non è solo la fortuna ad aver portato in tempo di recupero le reti della svolta. Ha segnato Neymar, e il primo colpo del numero 10 è fondamentale per permettergli di rompere il ghiaccio e distrarlo sia dal dolore portatogli da una caviglia non ancora in ordine (inevitabile, visto il tipo di infortunio da cui viene) che da certe sceneggiate che in epoca di VAR non funzionano più come prima.

In questo momento però, il vero uomo cardine è Coutinho, che continua a fare evoluzioni straordinarie sull’onda di un 2018 a livelli stratosferici: lui ha sbloccato la partita, lui è l’uomo su cui ruota il sistema di gioco di Tite, perché è lo snodo su cui si raccordano le due leve principali della squadra, ovvero Marcelo e Neymar. Ed è uno che ha sia la tecnica che la personalità per essere protagonista al massimo del livello.

Avere un triangolo di questo livello è veramente tanta roba, così come avere un elenco così ricco e variegato come quello su cui può contare il Brasile: contro la Costa Rica, sono entrati dalla panchina tre pezzi da novanta come Douglas Costa, Firmino e alla fine anche Fernandinho, e ognuno di loro sarebbe un titolare inamovibile in qualsiasi delle altre trentuno Nazionali in gara. Infatti, tutti e tre si sono goduti in prima fila il gran finale brasiliano.

La Nigeria resuscita l’Argentina…e ora proverà ad ucciderla

Ma se parliamo di restaurazione, il colpo più grosso lo ha dato – anche se indirettamente – la Nigeria, che con la sfolgorante doppietta dell’ex Leicester Musa, uno a cui l’aria russa fa benissimo come ha dimostrato nell’ultimo semestre con il CSKA, ha steso l’Islanda e rimesso il proprio destino in mano all’Argentina. Un risultato che contiene due messaggi importanti, da recapitare a tutti quelli che stanno giocando o che stanno guardando questo torneo: il primo è che chi, come l’Islanda, pensa di proporre esclusivamente un calcio di rinuncia e di “gioco contro” non ha speranze di farsi vedere in giro per molto tempo, il secondo – ma lo avevamo già detto chiaramente ieri – è che fare il funerale a qualcuno che non è ancora morto può essere un errore dolorosissimo.

Perché ora, in questo girone ai limiti del surreale, l’Argentina è tornata ad avere in mano il proprio destino. E se martedì dovesse battere la Nigeria, senza un contemporaneo successo islandese sulla Croazia e magari con anche una gran prova di Leo Messi, allora l’Albiceleste sarebbe agli ottavi di finale. E comincerebbe un altro mondiale ancora. Magari, si spera, con qualche voce precipitosa in meno, e con lo stesso, gustoso, imprevedibile spettacolo.