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osorio messico

Dopo la Francia nel 2002, l’Italia nel 2010 e la Spagna nel 2014 stavolta è toccato alla Germania steccare la prima da Campione del Mondo in carica. Ma non date la colpa alle maledizioni, ai sortilegi e alla cabala. Non c’entrano nulla. La colpa è tutta del Messico e del suo allenatore clandestino. Juan Carlos Osorio, colombiano di Santa Rosa de Cabal, classe 1961, lo chiamano el Recreacionista, un soprannome che mette dentro il mondo della scuola e quello della religione, la creazione e il divertimento. Le partitelle dodici contro dodici, i calciatori polivalenti, le gerarchie mai scritte, tutto codificato nella sua bibbia La Libreta de Osorio, opera omnia del suo modello di gestione.

Juan Carlos Osorio e l’arte de rotar

“Cerchiamo di dare possibilità a tutti i membri della squadra. Nel calcio, come in qualsiasi attività della vita, l’essere umano deve sentirsi partecipe, in questo caso deve giocare, per dare il suo contributo”. È il massimo esponente dell’arte de rotar: 46 formazioni diverse in altrettante partite sulla panchina del Messico. I sei giorni della creazione sono stati sei mesi per plasmare la formazione messicana: “Abbiamo iniziato a pianificare questa gara sei mesi fa. Ho detto loro di giocare con la voglia di vincere e non la paura di perdere. Abbiamo cambiato qualcosa per via degli infortuni, ma l’idea è sempre stata quella di usare giocatori veloci sulle fasce, come Layun e Lozano“. In campo i messicani hanno difeso il vantaggio “con le loro vite” ha detto Osorio, che si è conquistato la loro fiducia a colpi di fratini. Ogni volta che mischiava le carte, chi era titolare l’allenamento precedente si trovava in panchina e viceversa: “La rotazione, oltre che coinvolgere tutti, ha il merito di responsabilizzare. È un concetto fondamentale”. Tutti sul filo della tensione, tutti pronti a dare l’anima quando arriva la loro possibilità. Ma la fiducia dei calciatori, Osorio, se l’è conquistata anche difendendoli dopo lo scandalo, scoppiato poco prima dell’inizio dei Mondiali, della festa con trenta escort nel giorno di riposo del ritiro.

L’esperienza negli Stati Uniti

Li ha difesi tutti, davanti alle telecamere e soprattutto davanti alle mogli. I suoi lo chiamano el Profe per come è maniacale in ogni aspetto. Arriva al campo con il suo taccuino, due penne infilate tra calzettoni e polpacci, una blu per le cose positive, una rossa per quelle sbagliate. Ha imparato a prendere appunti così negli Stati Uniti, all’Università di New Haven, nel Connecticut. “A 26 anni lasciai il calcio giocato e me ne andai negli Usa per studiare. Poi però, finiti i corsi, per un periodo ho vissuto senza documenti e permesso di soggiorno. Quindi conosco quella situazione, la stessa di tanti messicani che vivono così negli States: ai Mondiali dovremo vincere anche per loro”. A New York, per pagarsi gli studi, lavora come muratore e cameriere, salvo poi tornarci dieci anni dopo da allenatore dei N.Y. Red Bulls. Tra il 2001 e il 2005, intanto, vola a Manchester, sponda City, come preparatore fisico e poi assistente di Kevin Keegan. In Premier League resta stregato dal Liverpool: va a spiare i loro allenamenti, prima arrampicandosi sul cancello, per guardare da qualche fessura, poi andando a vivere al secondo piano della casa dei McManus, che dava proprio sul campo di allenamento.

Tornato in America, dopo i Chicago Fire, l’Atletico Nacional, e il Sao Paulo, nel 2015 è arrivata la chiamata della nazionale. Dopo 45 partite, fatte di 32 vittorie, 7 pareggi e 8 sconfitte, è arrivato il successo storico contro la Germania. Il Messico è pronto a stravolgere le gerarchie del suo girone. Con una convinzione: squadra che vince si cambia sempre.

di Lamberto Rinaldi